Riceviamo a pubblichiamo la lettera sfogo dell’avvocato Sergio Longhi in merito allo stato di abbandono in cui versa il quartiere del Vomero di Napoli in questo periodo di emergenza sanitaria.

Nel complicato periodo che ci troviamo a vivere le istituzioni hanno giustamente ritenuto di limitare il raggio di azione di ognuno di noi: tuttavia dalle istituzioni, che stanno chiedendo importanti sacrifici alle nostre vite non sempre registriamo quei segnali di dignità e solidarietà che la situazione reclamerebbe.
In particolare, volendo osservare l’ambito più vicino al cittadino, non possiamo fare a meno di constatare lo stato di incuria e abbandono in cui versano le nostre strade, in un momento in cui le condizioni di traffico consentirebbero di apprestare quegli interventi volti a ripristinare un minimo aspetto di decenza: nelle immediate adiacenze della sede della Municipalità Vomero-Arenella, ad esempio, continuano a imperversare rifiuti ingombranti, escrementi canini ed erbacce selvatiche. A ciò si aggiunga che i cassonetti deputati al conferimento delle varie categorie di rifiuti non risultano sistematicamente lavati e disinfettati come prevede il contratto di servizio con la società incaricata dal Comune.
Evidentemente, la lezione igienico-sanitaria che sarebbe dovuta derivare dall’emergenza in corso non è stata di nessun insegnamento per chi è chiamato, nel suo piccolo, a sovrintendere sul nostro decoro urbano. Se questo è il quadro in un quartiere residenziale, non osiamo immaginare in quale stato possano essere le periferie cittadine. È poi inaccettabile che le scale mobili di via Morghen e piazza Fuga restino chiuse e sottratte alla disponibilità dell’utenza obbligata ad affrontare delle impegnative rampe di gradini con i pesanti sacchetti della spesa settimanale.
Nessuna presunta carenza organizzativa in un momento come questo può giustificare un simile disservizio. Non è ammissibile che dei dipendenti pubblici, che possono considerarsi a tutti gli effetti dei privilegiati, non adempiano alla missione che compete loro e rendano servizi mediocri ed inefficienti, quando in questo periodo sono, di fatto, gli unici ad avere la certezza della retribuzione a fine mese.
Nel patto di solidarietà cui ci siamo sentiti legati tutti fin dal primo manifestarsi dell’epidemia, è necessario almeno che chi ha la fortuna di avere il proprio posto di lavoro garantito non venga meno ai propri doveri e continui ad erogare la prestazione per la quale è pagato, non senza sforzo immane, dalla collettività. Ed anzi, viste le rinunce e le privazioni che stanno conoscendo i cittadini, perseverare nei disservizi descritti equivarrebbe a consumare un tradimento imperdonabile della nostra fiducia.