Vincenzo Borrelli, architetto, novant’anni ad aprile prossimo. A Palazzo Gravina, da studente, quando a frequentare in aula erano in dieci, arrivava con il tram numero 1 da Ponticelli; gli altri in auto, alcuni in taxi, per lo più dai quartieri bene. Dopo la laurea si è sposato e ha pagato le spese con i soldi del premio vinto al concorso di architettura per l’autostazione di Bologna, unico architetto funzionario del Comune di Napoli e ha fondato la prima cooperativa di progettisti, iscritto al Pci, consigliere dell’Ordine degli architetti, presidente del Salp (Sindacato Architetti Liberi Professionisti). Ha lasciato l’attività quando i due figli si sono laureati in architettura.

In realtà continua a esercitare la professione, dispensa consigli, interviene con il pennarello su ogni disegno, pone domande e aspetta risposte dalla sua città. Oggi sono io a fargli tre domande perché è indispensabile capire chi siamo, da dove veniamo, che cosa è successo. Prima domanda: com’era la discussione urbanistica in città qualche decennio fa? «Il dibattito sul futuro della città si faceva alla Casa del Popolo», mi dice mentre mi fa leggere brani della sua relazione all’assemblea del Sulp a Palazzo Reale nel 1971. Erano gli anni cruciali dell’impegno politico e sociale, il boom economico e il vento del ’68 non avevano ancora smesso di soffiare e gli anni di piombo e il ’77 stavano per arrivare. «Il Salp denuncia il fallimento della politica urbanistica, lo squilibrio territoriale nord-sud, città-campagna, la distruzione del paesaggio, dei valori ambientali e umani, una carenza insopportabile di case, servizi e attrezzature sociali.

Oltre cento enti operanti nel settore della casa, sovvenzionati con denaro pubblico, non hanno creato nessuna prospettiva di sviluppo ma solo disordine e caos, assolutamente negativi sono stati i risultati sulla qualità del prodotto edilizio, si pensi alla fatiscenza dei quartieri popolari, nessun concreto rapporto nuovo fra committenza pubblica e progettisti, in questo campo anzi denunziamo indegni esempi di accaparramento, di mancanza di impegno e di competenza che hanno causato danni non solo alla categoria degli architetti ma, per i risultati scadenti ottenuti, all’intera collettività. Ribadiamo i presupposti irrinunciabili: pianificazione e programmazione vanno inquadrati in una più moderna legge urbanistica; nuovi rapporti tra committenza pubblica, progettazione e partecipazione popolare democratica nelle scelte che interessano l’intera collettività; i problemi della pianificazione non possono essere affrontati da specialisti che operano in ambiti strettamente disciplinari ma occorre porre attenzione a tutte le componenti del sistema spaziale: sociologica, demografica, ecologica, delle risorse economiche, urbanistica e politica. In tutti questi anni a Napoli la politica della città è andata avanti, se non altro, improvvisando, senza alcuno studio sistematico dei problemi.

Le ipotesi di assetto territoriale della Campania redatte da un gruppo di lavoro nominato nel 1966, il Piano regolatore Generale della città di Napoli elaborato da un comitato di tecnici nel 1962, il Piano delle aree di sviluppo industriale, si sono dimostrati strumenti inefficaci e inefficienti. È venuto il momento di elaborare nuovi strumenti di pianificazione. Si pensi come confronto alla formidabile attrezzatura tecnica della London County Council composta da oltre duemila tra architetti e studiosi di varia natura.

Auspichiamo che si possa organizzare anche da noi una seria pianificazione che si ponga come obiettivi principali: lo sviluppo economico; il blocco della emigrazione; la decompressione delle coste; lo sviluppo dei territori interni; la sistemazione idrogeologica; la salvezza dei valori ambientali e paesaggistici; la mobilità sul territorio; la dotazione di attrezzature e servizi; il potenziamento dell’edilizia pubblica; il rispetto dei terreni agricoli; la organizzazione di una struttura tecnico operativa seria. Solo così Napoli potrà guardare al futuro con serenità e noi avremo fatto il dovere che ci compete come cittadini e come architetti e urbanisti».