L’ultima scena è il momento più delicato della recita, quello in cui tutto si tiene nella consacrazione dell’applauso o quello in cui, viceversa, tutto può venire giù con i fischi e il sipario, e non c’è più nulla che possa attutire il biasimo del pubblico. Lo ha spiegato bene Camilleri, ma a suo modo, s’intende, in uno dei suoi libri di appunti. L’ultima scena, diceva, può rivelarsi fatale per una semplice ragione: perché non consente correzioni o improvvisazioni, non ci sono più battute nel copione, la storia non ha seguito, e quel che è detto è detto. L’ultima di De Magistris non è come la scena simbolica scelta e raccontata dal papà di Montalbano, le due non hanno nulla, ma proprio nulla in comune, eppure la seconda spiega bene la prima. Sul palco, racconta dunque Camilleri, c’è una nobildonna sul viale del tramonto, ormai abbandonata da tutti, da ultimo il marito, e nel salotto gonfio di oggetti e ricordi, con lei, appartato in un angolo, nell’ombra si distingue a malapena il maggiordomo. La scena prevede che la donna prenda posto al tavolo per iniziare un solitario. La debole luce dell’abat-jour le scolpisce il volto e il silenzi la avvolge. Deve solo chiedere l’occorrente. “Giovanni, un mazzo di carte…”. Tutto qui. E invece ecco il momento fatale, il lapsus rivelatore di un distacco totale dalla realtà. Non un mazzo di carte. L’attrice, solenne, chiede “un cazzo di Marte”. Ed è la fine: del dramma rappresentato e anche della sua carriera.

De Magistris di gaffe ne ha fatte tante. Ha promesso di tutto e di più. Dalla trasformazione della collina dei Quartieri Spagnoli nella Montmartre napoletana alle flotte antisalviniane, dal Napo, moneta per piccoli scambi, alla bitcoin fatta in casa per concorrere con l’euro. Ma sempre ha poi trovato il modo per non rimanere incastrato nelle sue stesse esagerazioni populiste, magari inventandone un’altra ancora più grossa o aggrappandosi alla dimensione mitica della città, o ai valori assoluti come l’amore e la fratellanza. Insomma, mai nessuna gaffe si è rivelata tanto disastrosa da non lasciargli scampo. Perfino dai tanti addii collezionati nel corso delle due sindacatore ne è venuto fuori incolume. A partire dal primo, il più clamoroso, quello venuto da Roberto Vecchioni, ingaggiato per attuare un vasto programma culturale e poi abbandonato senza un saluto. Diversa, ora, è la rottura con Attilio Auricchio, capo di gabinetto e direttore generale del Comune.

Auricchio non è Vecchioni. E non è neanche Pino Narducci, disposto a lasciare la Procura di Napoli per seguire l’amico e collega nel Palazzo, e tornato all’improvviso a indossare la toga per chissà quale incomprensione. Auricchio non è paragonabile a nessuno di loro, perché Auricchio era in realtà de Magistris. Noi vedevamo il sindaco, ma in ciò che diceva, disponeva e faceva c’era il più delle volte il suo capo di gabinetto. Senza Auricchio che affonda nelle carte per istruire le pratiche o che governa da remoto, de Magistris non sarà più lo stesso. Anzi, politicamente, semplicemente non sarà. E non solo per l’indentificazione appena descritta. Ma perché de Magistris è sempre riuscito a sfuggire alla realtà trasfigurandola con l’immaginazione. E così che immaginando una differenziata al 90% è riuscito, ad esempio, a far credere che Napoli potesse fare a meno di un inceneritore.

O che bastasse un abbraccio ribelle a Gianīs Varoufakis o ad Ada Colau per acquisire una dimensione internazionale. O, ancora, che un lungomare per i turisti potesse bastare a dare una struttura produttiva e un futuro sicuro alla città. Sta di fatto, però, che proprio ignorando la realtà, compresa ad esempio quella dei conti in rosso, il sindaco è riuscito a far dimenticare le tante emergenze che hanno tenuto in scacco la città: dal colera al terremoto e dalle guerre di camorra all’emergenza rifiuti, e a costruire una prospettiva “dadaista”, non penitenziale. Oggi, viceversa, la realtà ha raggiunto de Magistris.

Ed ecco lo scandalo del disavanzo che scoppia con una sentenza della Corte costituzionale, il coronavirus che allontana i turisti, e perfino le rapine finite nel sangue. Proprio come negli anni più bui. Ma come spesso accade, la fine si annuncia con l’illusione di un successo irreversibile. La scelta di Ruotolo, quasi un sosia per affinità politica, come candidato alle suppletive aveva fatto credere al sindaco di aver risolto ogni sorta di precarietà nel costruendo campo largo della sinistra. E invece, in rapida successione, ecco il flop di partecipazione al voto, i primi distinguo dei democrat ( “con de Magistris ci parliamo, ma gli preferiamo i Cinque stelle) e infine il progressivo distacco dello stesso Ruotolo, pronto, una volta eletto al Senato, a mettersi in proprio. Alla fine della recita, solo sulla scena, de Magistris ora non può neanche chiedere un mazzo di carte. Nell’ombra, per lui, non c’è più nessuno.