Per chi, come me, è stato trafitto da Giuseppe Verdi al primo ascolto (Aida, Teatro San Carlo, dicembre 1998) e continua a farsene invadere, Verdi a Parigi, l’ultimo libro di Paolo Isotta (Marsilio, pp.672), è un labirinto meraviglioso, capace di sopraffare, come certe storie dentro le storie dentro le storie di Borges. A ciò si aggiunge che ho avuto il grande privilegio di poter trascorrere con l’autore molti pomeriggi preziosi, anche intorno a Giuseppe Verdi.  Qui si realizzano, tematicamente, diverse ambizioni, per lo storico della musica vaste e complesse: Parigi è un luogo, una storia, un tempo, che riguarda l’ispirazione di Verdi, la sua carriera artistica, i suoi riferimenti musicali. E questo consente all’autore una magistrale prima parte dedicata al Grand-Opéra, con vere e proprie spedizioni nei mondi di Myerbeer, Spontini, Rossini e Donizetti. Ed è Parigi che fornisce i soggetti e le ambientazioni, indagati opera dopo opera col gusto di raccontare tutto (come la Norma di Bellini fu “enciclopedica” per la Pasta, Parigi lo è per l’animo, rigorosissimo in ogni indagine e curiosità, di Paolo Isotta). Sicché questo libro andrebbe prescritto a ogni sovrintendente, direttore artistico, direttore musicale, regista e cantante (ma non so quanti sarebbero in grado di leggerlo).

Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti. Capitolo centrale, vero e proprio manifesto di metodo e di stile di Isotta, è quello dedicato a Rigoletto. Un gobbo, grottesco, elevato all’altezza della tragedia (e cose del genere, oggi, dobbiamo andare a pescarle nella cinematografia coreana: Parasite, ad esempio). In una lettera, Verdi, per ribattere ai tentativi di censura, scrive: «Scelsi appunto questo soggetto per tutte queste qualità, e questi tratti originali, se si tolgono, io non posso più farvi musica. Se mi si dirà che le mie note possono stare anche con questo dramma, io rispondo che non comprendo queste ragioni, e dico francamente che le mie note o belle o brutte che siano non le scrivo mai a caso e che procuro sempre di darvi un carattere». È in questo capitolo che Isotta delinea l’estetica verdiana, portandoci tra Balzac e Flaubert. Del quale ultimo cita (per sintonia col Maestro di Busseto) la frase perfetta: «A forza di cercare, trovo l’espressione giusta, la sola, ch’è, nello stesso tempo, quella armoniosa. La parola non manca mai quando si possiede l’idea».

È in queste pagine che leggiamo la constatazione che alcuni grandi creatori sono tali perché il loro occhio si è fatto come l’occhio di Dio: «Forse Shakespeare non ha mai teorizzato, né compreso, di essere, come Virgilio e Mozart, l’occhio di Dio. Verdi lo è, ma la sua ripugnanza a teorizzare non l’ha mai portato a dichiararlo in tali termini; il principio dell’obiettività e dell’impersonalità è in lui così fortemente attuato che deve averlo pensato, in qualche forma a lui consona. Ed è in questo capitolo che troviamo le riflessioni di Verdi sul fare musica e, direi più in generale, sul fare arte, con un linguaggio secondo me evangelico, come quando Gesù dice che ci sarà un tempo in cui si avrà fede non su quel monte o questo, ma in spirito e verità: «Chi vuol essere melodico come Bellini, chi armonista come Meyerbeer. Io non vorrei né l’uno né l’altro, e vorrei che il giovane quando si mette a scrivere, non pensasse mai ad essere né melodista né armonista, né realista né idealista, né avvenirista, né tutti i diavoli che si portino queste pedanterie». Il mondo invece funziona su pedanterie che si compiacciono di essere fonti di ogni verità … Ed è ancora nel capitolo dedicato allo storpio buffone di corte del Duca di Mantova, che Isotta coglie la forza dirompente e perfetta del teatro lirico di Verdi: «Ogni particolare della sua musica contiene la rappresentazione drammatica: non solo il sentimento espresso dalla parola, lo stesso gesto. È la più perfetta e insostituibile regia».

Ma non si pensi che le centinaia di pagine isottesche si gingillino in meditazioni estetiche ed estatiche fini a se stesse: tutto è funzionale a restituirci la profondità del genio verdiano, il rigore dei suoi procedimenti compositivi e delle sue invenzioni, l’eticità essenziale dei suoi temi (l’amore di patria, l’amore filiale, l’amore come sacrificio e rinuncia). E ritroviamo ad esempio la perizia geometrica dello stile di Paolo Isotta, ma anche la sua palpitante partecipazione emotiva, in questa frase, dedicata a Madamigella Valery, la Traviata: «Il dolore – non faccio che ripetermi – quando nella musica classica supera una certa soglia e si fa sublime, è in tonalità maggiore: qui Violetta canta in Mi bemolle». Così come ritroviamo i suoi giudizi secchi nelle pagine finali sull’immagine di Verdi padre della patria: «Voce generale, sovente blaterata, è che Verdi abbia contribuito a “creare” gli italiani, a conformarli al suo modello etico. Tale voce non condivido affatto. Uomo di poche parole, ferme e ponderate: capace di forte disprezzo verso chi lo meritava, e dotato del coraggio di esternarlo, tale disprezzo, in pubblico e in privato».

Per Isotta, il prototipo italico non è affatto questo. Non so se abbia ragione, ma certamente Verdi esprime alcune qualità splendide degli italiani. Consiglio di leggere, in uno a questo libro, lo splendido Verdi. Il romanzo dell’opera di Werfel (anche per il rapporto con Wagner, nel libro di Isotta pure toccato). Se non dovessimo ritrovarci le doti degli italiani, potremmo almeno nutrirci dell’orgoglio che Giuseppe Verdi sia l’italiano oggi più “rappresentato” al mondo.