Se siano veramente i resti di Leopardi così come se sia Virgilio a riposare nel colombario, non se ne ha certezza.
Ciò che conta è che se ne abbia memoria in un luogo noto. Ma in quanti davvero lo conoscono? Rinominato dal 1988 Parco Vergiliano a Piedigrotta, il suo accesso resta nascosto, soffocato tra il sottopasso del ponte ferroviario e l’imbocco della Galleria delle Quattro Giornate, del 1945. Eppure all’interno ci sono le radici della più antica tradizione napoletana, la festa di Piedigrotta. Proprio all’interno della grotta di Cocceo si trovano i resti di un primitivo altare, dedicato solo nel medioevo alla Madonna dell’Idra ma dai romani al dio Mitra. In suo culto, ricco di mistero, vi si festeggiava durante la vendemmia, con balli e canti per tre giorni e tre notti, e terminava con la vittoria della canzone più cantata. Sicuramente nell’area crescevano vitigni insieme a piante di macchia mediterranea e tuttora il Parco, seppure di piccole dimensioni, è ricco di vegetazione.
Come in antico sopravvivono piante di lauro, l’antico laurus nobilis sacro al dio Apollo, insieme all’edera, alla ginestra e altre piante floreali come le viole, la rosa gallica e il giacinto insieme a varie specie di quercifere e faggi. Il Parco rientra nelle competenze del Mibact con una direzione dedicata, così che fra poco si procederà a ridare linfa al verde oltre che a proteggere i Beni diffusi nell’area.
Una grande cura, direi radicale, occorre invece per ridare vita alle piante della vicina villa comunale, che si collega al Parco di Mergellina molto più di quanto si possa immaginare: la Festa di Piedigrotta. La Villa Reale sorse per volere del re Ferdinando IV di Borbone che lo affidò alla progettazione di Carlo Vanvitelli, nel 1778, desiderando fosse un giardino pubblico chiamato con un francesismo Tuglieria, ma del tutto pubblico proprio non era: si apriva solo nei tre giorni di settembre dedicati alla festa di Piedigrotta. Solo in quei giorni la plebe era ammessa e gli uomini dovevano essere “calzati e con le giubbe”.
Nella villa passava l’8 settembre il grande corteo, la carrozza reale e al seguito le carrozze dei nobili, distinte tutte per colore diverso secondo i vari blasoni, dirette alla chiesa della Madonna di Piedigrotta, così chiamata perché costruita “a pié crypta” ovvero a Pié-di-grotta, e che cambiò orientamento d’ingresso nel 1580 infine completata nel 1926. La grande festa, cui partecipava tutta la città, mescolandosi cittadini nobili e borghesi e lazzari e “cafon ‘e fora”, si svolse in questo modo fino all’arrivo di Garibaldi.
Nella villa si accumulano testimonianze storiche persino archeologiche, come la grande vasca circolare di porfido proveniente dall’area dei templi di Poestum, sistemata nell’Ottocento sui leoni scolpiti e progettati dal Bianchi, oltre a imponenti presenze architettoniche, alcune in restauro e di prossima riapertura.
Statue e fontane bellissime si inseguono lungo i viali, opere del Solari e del Violani, scultori alla corte Borbonica, mentre resta isolata la fontana a tre fornici di Cosimo Fansago, sistemata in villa dopo l’ampliamento con la colmata a mare di Santa Lucia; sono elementi scultorei di pregio che danno valore inestimabile alla composizione delle aiuole, ricche di piante floreali dalle varietà infinite, e molte ad alto fusto.
Peccato che i rami si spengano inariditi per manchevole cura, come le chiome appassite delle tante varietà di palmizi, uno spettacolo che contrasta con la bellezza paesistica del luogo.
Bisogna cercare soluzioni.
La buona notizia è che i lavori importanti che riguardano gli impianti, compresi quelli che servono alla alimentazione delle canne di innaffiamento, sono stati completati dal Comune secondo progetto.
Si passerà quindi, secondo la programmazione economica dell’Ente, al recupero delle piantumazioni, seguendo, si auspica, il percorso storico del quale si conserva memoria: la relazione, datata 1842, del botanico G. Antonio Pasquale sulla flora esistente in Villa, conosciuta ai viaggiatori del Gran Tour anche per le piante provenienti da paesi lontani, come le specie esotiche che il Dehnhardt vi trasferì dal Real Orto Botanico, dopo un processo di acclimatazione.
Rispettare il grande giardino vanvitelliano è più che curare un museo all’aperto, significa godere di una bellezza condivisa tra spazio urbano e caratteristiche architettoniche, tra statue e fontane in marmo che torneranno a zampillare, uno spazio di pubblica utilità permanente, per il tempo libero di grandi e piccini. Un luogo dove ritrovarsi avendo come sfondo la luce del golfo.