Questo giornale ha pubblicato nei giorni scorsi due critiche dell’appello Disintossichiamoci. Un appello per ripensare le potiche della conoscenza, steso dalla filosofa della Federico II Valeria Pinto e firmato da più di novecento professori italiani contro la burocratizzazione e gli attuali criteri di valutazione del loro lavoro culturale negli atenei. Il primo intervento perplesso è un corsivo breve e cortese di Fabio Ciaramelli, filosofo del diritto della Federico II, il secondo un articolo – invece assai “puntuto” e caricaturale delle posizioni avversate – firmato da Guglielmo Barone, associato di politica economica a Padova, che fa sue le argomentazioni del collega Andrea Ichino dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. Da sottoscrittore del “manifesto” devo giocoforza reagire, non riconoscendomi nella presentazione distorta che, delle nostre ragioni espresse e dei motivi secondo lui reconditi, fa il secondo dei tre.

Sgombro in via preliminare il campo da qualche passaggio, ad esempio quella per cui solo chi non lavora o lo fa mediocremente, rifiuta la valutazione: accusa che non tocca né me né molti colleghi firmatari che conosco di persona. Inoltre, lascia intendere, su 50mila accademici che rumore volete che faccia un manipolo che ne conta meno di mille? A me questo sembra il tipico modo di pensare degli economisti, abituati a ragionare perlopiù in termini di numeri e percentuali e che perciò sottovalutano l’importanza, per lo sviluppo complessivo di un settore, del dissenso argomentato da minoranze battagliere e illuminate. Lo stesso deve dirsi dell’argomento economicistico per cui chi vive di denaro pubblico (ossia i nostri stipendi e fondi di ricerca, peraltro non da Paperoni) deve rendere conto dell’uso che ne fa: questa è un’ovvietà.

Tuttavia, mi terrei lontano da argomentazioni che rischiano di risultare assonanti con quelle populiste di politici e giornalisti loro seguaci che misurano la bontà di un sistema politico dai tagli al numero dei seggi di cui è composto il Parlamento e dall’indennità dei suoi membri: facendo diminuire gli uni e le altre, si risparmierebbero soldi e la qualità della democrazia migliorerebbe come per magia, giacché l’eccesso di rappresentanza – nel caso qui discusso, di libera ricerca critica – sveglia troppe coscienze che è invece opportuno mantenere “sedate”. Chi scrive ha riflettuto sul valore costituzionale delle “dignità”, fin da tempi assai antichi inteso come qualità della persona che dipende dalla stima di chi gliela riconosce. Sarebbe possibile per me negare che la vita collettiva consiste innanzitutto nel valutarsi reciproco e continuo che ognuno fa dei suoi simili?

Il punto non sta dunque qui, ma nel modo di farlo, ossia nell’attuale “dittatura degli indicatori quantitativi” dai quali si intenderebbe far dipendere (illusoriamente, ma qui tale attesa non è senza costi, bensì fa danno) la qualità della ricerca di quanti professionalmente vi si dedicano, all’insegna del “publish or perish” (che tradurrei: “pubblica, o crepa”) a essi imposto, in un percorso sempre più veloce e cieco, come vuoto di senso è l’inesausto correre del criceto nella sua ruota, al quale solitamente lo assimilo. Algoritmi che governano il sistema, processi qualitativi al ribasso e sospettabili perciò di favorire la pulsione verso il conformismo (“al collega è andata bene, al fine di avanzare in carriera: facciamo così anche noi”), un colossale carrozzone che istituzionalizza il burocratismo, perfino il tentativo di creare un’Agenzia nazionale della ricerca controllata dal governo, insomma l’esatto contrario dell’autonomia universitaria correttamente intesa: lo studium fredericiano esiste, per esempio, dalla metà del Duecento, ha visto Stati e loro regimi formarsi e tramontare, ma resta là, come la ginestra leopardiana.

Si rasserenino, dunque, i critici: non meno, ma più finanziamenti alla ricerca (rendicontandone l’uso) noi reclamiamo, con il doveroso riequilibrio in favore delle università meridionali, costrette fin qui a celebrare nozze coi fichi secchi e riuscendo a ottenere nondimeno risultati competitivi e ad alimentare aree di vera eccellenza. Purché, beninteso, non si tocchi l’imprescindibile diritto fondamentale dello studioso di scegliere e svolgere in autonomia di temi e metodi il suo lavoro, certo tenendo conto anche dei condizionamenti e delle opportunità del mercato, ma senza prostrarsi a esso come a un vorace Moloch che impone alla sacrosanta libertà di ricerca le sue esigenze né neutrali né innocenti.