L’altro giorno il ministro dell’Università Gaetano Manfredi, parlando a Napoli delle difficoltà incontrate dai laureati meridionali nel trovare lavoro vicino casa, ha sostenuto che “la fuga dal Sud si batte con la meritocrazia”. Solo attraverso occasioni di lavoro qualificato in un ambiente meritocratico, i nostri ragazzi potranno essere messi in condizione di avere un futuro di qualità, evitando così di emigrare. Ma come realizzare concretamente la meritocrazia? Una delle strade seguite dal Ministero è stata la valutazione della ricerca universitaria che, più o meno nelle stesse ore in cui l’ex rettore della Federico II interveniva a Napoli, è stata pesantemente chiamata in causa da un documento diffuso da quattro docenti universitari, tra i quali due napoletani (Valeria Pinto e Davide Borrelli), che ha raccolto alcune centinaia di sottoscrizioni. Per costoro (chiamiamoli No-Val), gli attuali dispositivi di valutazione distruggono la libertà della ricerca e dell’insegnamento. Ma non finisce con l’essere puramente autoreferenziale una libertà sottratta al confronto? In realtà, per garantire la meritocrazia, la valutazione pubblica – di cui si possono e debbono discutere i criteri – è sicuramente indispensabile; anzi, andrebbe allargata anche ad altri ambiti della vita sociale, per esempio dalla giustizia alla sanità. L’unica posizione insostenibile è appoggiare contemporaneamente il ministro e il fronte dei No-Val.