Ritorna puntuale, a intervalli regolari. Come il festival di Sanremo, ma con uno share ovviamente inferiore. È il dibattito sulla valutazione del sistema universitario. Breve riassunto per chi si fosse perso le puntate precedenti. Questa volta l’innesco al dibattito pubblico è stato fornito da un appello sottoscritto da oltre 900 accademici che, almeno in parte, si riconoscono nelle posizioni del sito www.roars.it. Per la cronaca (locale), i primi due firmatari dell’appello sono Valeria Pinto, filosofa della Federico II, e Davide Borrelli, sociologo della Suor Orsola Benincasa; ma l’intera Penisola è ben rappresentata.

Nel documento si critica la valutazione, che limiterebbe la libertà di ricerca, e la correlata burocrazia, che sottrarrebbe tempo prezioso ad altre attività senz’altro più pregiate. Al di là della bassa rappresentatività di questa istanza – i docenti dell’università italiana sono oltre 50.000 – l’eco nel dibattito pubblico è stata ampia, grazie soprattutto ad Antonio Scurati che sul Corriere della Sera ha dato il suo pieno endorsement. Altri si sono poi accodati, con toni più o meno partecipati. Io – come Fabio Ciaramelli che è intervenuto su queste colonne – vedo invece le cose in modo diverso, e proverò a spiegare perché. Ho trovato l’appello confuso, infarcito di argomentazioni poco chiare e, come spesso accade in questi casi, tenute insieme da un collante buono per tutte le superfici, quello delle “logiche di mercato”, del “darwinismo concorrenziale”, della “managerializzazione dell’istruzione superiore”, dei “baroni”. Su tutto, l’immancabile richiamo alla Costituzione (art. 33: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. […]”), richiamo che spesso tradisce un’inconscia sfiducia sulla solidità delle proprie argomentazioni. Quei nodi logico-linguistici vanno invece sbrogliati e, solo dopo, esaminati in modo più sereno.

Ne emergono diversi punti. Restando nel campo dei no-val, ci sono elementi che minano la credibilità del documento. Il primo è che occorre sciogliere un’ambiguità con la quale si gioca deliberatamente: il documento è contro questa valutazione o contro la valutazione tout-court? Nel primo caso, sarebbe interessante conoscere le proposte alternative, avendo presente che ogni meccanismo valutativo degno di tale nome deve per forza discriminare tra “buoni” e, perlomeno, “meno buoni”, se non vuole negare la sua stessa natura. Se si è invece contro ogni valutazione, beh, credo vi siano ottime ragioni per dirsi invece pro-val (ne scrivo sotto). Un secondo vulnus alla credibilità dell’appello è che – e qui mi limito al campo dell’economia, quello per il quale ho sufficiente cognizione di causa – si ha la sensazione che dietro il feticcio della libertà di ricerca si nascondano parecchi inattivi, che rivendicherebbero quindi la libertà di… non farla la ricerca! E veniamo alle motivazioni a favore della valutazione, chiarendo preliminarmente che se vi sono eccessi burocratici – e ve ne sono – ben venga ogni iniziativa di semplificazione. Come Andrea Ichino ha scritto molto bene sul Foglio, l’università italiana è pubblica e finanziata attraverso la fiscalità generale e, pertanto, la valutazione di didattica e ricerca è un dovere nei confronti del contribuente.

Valutare le università su ricerca e didattica è anche il modo migliore per informare studenti e famiglie, poste di fronte a scelte che sono molto impegnative sia come investimento economico sia in termini di tempo impiegato: gli anni dai 18 ai 24 costituiscono un periodo prezioso della vita, che va impegnato al meglio. Valutare è anche il modo socialmente più equo, poiché sono proprio gli strati sociali culturalmente meno attrezzati quelli che più necessitano di informazioni. La domanda di informazioni c’è, ed è forte, e non è un caso che diversi soggetti, anche privati, pubblichino periodicamente classifiche delle università, stilate secondo metodi spesso opachi e, quando chiari, poco condivisibili. Meglio allora una valutazione pubblica, portata avanti in base a criteri trasparenti e aperti. Ci sono infine altri due aspetti del dibattito che meritano di essere telegraficamente chiariti. I no-val spesso accusano il sistema di ampliare i divari delle università tra Nord e Sud del Paese: nel Mezzogiorno i risultati sono peggiori per ragioni di “contesto”.

Se, quindi, a una valutazione negativa segue un taglio delle risorse, allora i divari non potranno che aumentare, in un circolo vizioso. A me pare che questo sia solo un tentativo maldestro di agganciarsi un’altra causa a forte impatto emotivo – quella dei divari regionali – per lucrarne forza retorica. Nel mio settore ci sono molti esempi di ricercatori molto capaci e produttivi che lavorano al Sud. Un esempio: il centro di ricerca Csef, promosso dalla Federico II, dall’Università di Salerno e dalla Bocconi con l’obiettivo di inserire questi stessi atenei nel circuito internazionale di ricerca teorica e applicata sui temi dell’economia e della finanza. Un altro tema caro a chi si riconosce nell’appello contro la valutazione è che questa ucciderebbe la biodiversità della ricerca, premiando solo i filoni mainstream. Non è così. Prendendo ancora spunto dall’economia, il filone comportamentale e sperimentale, principale innovazione “eterodossa” degli ultimi anni, è nato e si è sviluppato all’interno di sistemi universitari molto attenti alla valutazione.