In altri tempi, il Piano per il Sud del ministro Provenzano sarebbe stato accolto come l’ennesimo libro dei sogni. Di grandi progetti, si sarebbe detto, ne abbiamo visti fin troppi e nessuno è stato mai realizzato, nessuno ha avuto adeguate risorse, nessuno ha messo in moto un superamento sia pur parziale del dualismo. Oggi a questa argomentazione se ne aggiunge un’altra. Da alcuni decenni, studiosi (assai diversi tra loro) come Carlo Trigilia, Nicola Rossi, Luca Ricolfi, Antonio Accetturo, Guido de Blasio hanno insistito non tanto sulla mancanza o sul sottofinanziamento delle politiche per il Sud, ma sui loro “effetti perversi”. Il problema non sarebbero cioè i pochi “aiuti” destinati al Mezzogiorno, il problema sarebbero tout court gli “aiuti”. L’ha fatto notare su queste pagine, commentando il Piano, Guglielmo Barone. Attenzione a identificare il superamento del divario con un aumento della spesa pubblica, ha detto Barone, perché l’equivalenza non funziona, come suggerisce l’esperienza italiana ed europea, e perché la leva della spesa pubblica comporta oltretutto “effetti collaterali” di corruzione e di pratiche criminali e (aggiungo) rischia di perpetuare la sopravvivenza di classi dirigenti locali spesso inadeguate o molto inadeguate.

Non che sul Piano per il Sud manchino altri motivi di perplessità. Si può criticare la mancanza di una scelta tra le cinque aree di intervento previste. Si può chiedere quale collegamento esista tra il megaprogetto del Ministero per la Coesione e gli altri ministeri, ovvero la sua coerenza con le politiche del Conte2. Si può dubitare del realismo di una strategia proiettata nel futuro, quando l’attuale esecutivo sembra avere i mesi contati. E naturalmente si può sospettare che l’improvvisa torsione meridionalistica di palazzo Chigi non sia del tutto estranea alle prossime regionali in Campania e Puglia. Ma ognuno di questi problemi, a sua volta, può essere ricondotto alla questione delle questioni, e cioè al rapporto tra la politica e il mercato, al rapporto tra la politica e la società meridionale. Detto schematicamente: il Sud ha bisogno di accentuare la presa della politica e delle politiche pubbliche sui processi di mercato o ha bisogno di liberare il mercato dalle ingerenze della politica, dalla strumentalità “imminente” delle politiche pubbliche, dai lacci amministrativi, dalle ipoteche giudiziarie? Forse è presto per valutare il Piano a questi livelli. Bisognerà vedere se e in quali modi e con quali priorità le slide verranno concretamene implementate nel corpo vivo del Sud. Ma certo è che molto dipenderà da come quell’alternativa verrà sciolta.

Dopotutto, a far data (diciamo) dal 1956, ovvero dalla nascita del Ministero delle Partecipazioni Statali, i partiti politici non hanno mai rinunciato a gestire pro domo sua la “questione meridionale”, non trovando mai, tuttavia, la chiave per risolvere o soltanto incrinare il muro del dualismo, finendo non di rado per aggravarlo (gli “effetti perversi”) e facendone sempre -con logica ora maggioritaria, ora consociativa- un pozzo di San Patrizio per la ricerca del consenso. Pochi anni fa, pubblicando un saggio che avrebbe meritato maggiore attenzione, Piero Craveri ha riassunto il fallimento delle politiche economiche dell’Italia repubblicana in una formula impietosa: “L’arte del non governo” (Marsilio, 2016). In un Paese dove per altri e decisivi aspetti la politica avrebbe poi rinunciato a difendere la propria autonomia, è stato il mercato a doversi sottomettere a “un male inteso primato della politica”. E l’interventismo politico ha prodotto i danni che sappiamo. Lettura storica, quella di Craveri, che si applica ampiamente e anzi prevalentemente alla “questione meridionale” e alle politiche meridionalistiche.