Oggi più che mai siamo chiamati a mantenere alto il livello di responsabilità. Solo facendo in modo che ognuno si senta parte attiva, svolgendo il proprio lavoro si può uscire da questo momento di forte crisi. Le crisi, lo sappiamo, rappresentano per l’essere umano un momento fondamentale. Ripensare ai sistemi di convivenza ai tempi del coronavirus è una priorità, perché ci permette di riconoscere l’altro come cittadino che dà il suo contributo alla causa comune. Il rischio è restare intrappolati in luoghi comuni e comportamenti che hanno l’unico senso di mostrare che abbiamo paura, che siamo esseri vulnerabili e quando la paura diventa panico adottiamo comportamenti irrazionali, tendiamo ad essere eccessivi secondo polarità opposte, troppo protettivi o troppo disinvolti, come se non ci fosse un domani. Essere equilibrati in emergenza è difficile, non riusciamo a mettere le giuste distanze, non sentiamo più di essere al sicuro. Eppure le raccomandazioni parlano in maniera chiara, ci chiedono di “mantenere almeno un metro di distanza”, questa prescrizione ci dà modo di riflettere sulle relazioni e sul giusto spazio tra me e tutto il resto. Nella prossemica più di un metro rappresenta un valore borderline tra una distanza personale, dove si comunica con familiarità e una distanza sociale, dove i sensi più utilizzati sono la vista e l’udito. Al virus bisogna pensare con moderazione, poiché si rischiano errori cognitivi che inducono a pensare che la notizia più frequente è quella più probabile. Altro errore cognitivo è quello che la notizia più brutta si cristallizzi nella mente, mentre quelle buone le consideriamo normali. Se in ospedale si ammala un medico l’informazione si fissa nella nostra memoria e non consideriamo che gli altri trecento sono rimasti immuni. Le norme degli epidemiologici sono giuste e tollerabili nel breve periodo, alla lunga sono destinate a fallire se non accompagnate da politiche incisive. Anche per questo è importante che tutti sentano di avere un ruolo in questa sfida, ognuno ha il potere col suo comportamento, col suo stile di vita e attraverso il suo ruolo professionale di rallentare i contagi. Siamo tutti connessi e uniti verso l’obiettivo comune di rendere il virus meno pericoloso. I rischi psicologici in questo Paese, ma in realtà in tutto il mondo sono legati allo stigma sociale, alla narrazione del razzismo che già imperava, cercare l’untore, un caprio espiatorio è la tentazione più immediata. Lo capiamo dalla libidine che ha ammantato la mascherina, oggetto di desiderio e possesso. Si sposa molto bene con lo spirito del tempo “mascherato divento anonimo”, come dietro la tastiera, e non condivido con te neanche l’aria che respiro, l’unico non-luogo dove mi sento al sicuro. Gli psicologi sono professionisti della salute e in questo tempo complesso sono pronti a collaborare alla costruzioni di nuovi spazi di pensiero e di riflessione.