La linea ferroviaria peggiore d’Italia. La decennale maglia nera per l’abusivismo edilizio. E lo spettro dell’emergenza rifiuti che aleggia senza pausa. Sono le principali criticità della Campania evidenziate dall’ultimo rapporto di Legambiente. Uno studio che mette l’accento su problematiche strutturali del territorio ma che soprattutto indica nella realizzazione di grandi opere la soluzione delle stesse. Tema scivoloso, in un Paese dove le infrastrutture vengono invocate per anni, realizzate durante decenni, bloccate e bramate per il resto dei giorni. E quando infine si portano a termine sono spesso abbandonate all’incuria. L’associazione verde ne ha contate in tutto 170 da realizzare, oltre a undici priorità nazionali d’intervento tra cui bonifiche, ricostruzione post-terremoto, risanamento di siti industriali e gli interventi di contrasto contro il rischio idrogeologico. «Alla faccia delle polemiche sull’ambientalismo del ‘no’», recita il dossier che sottolinea come le grandi opere potrebbero migliorare la qualità della vita dei cittadini, colmare i ritardi del sistema infrastrutturale, fungere da volano per lo sviluppo economico.

Il lavoro di Legambiente è una sorta di ricetta per il Green New Deal italiano. Ed è effettivamente in linea sia con il piano proposto dai democratici statunitensi ma soprattutto quello della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Ma in Italia la politica agisce da circa 20 anni ragionando più sugli effetti che sulle cause. E in questo senso Legambiente non salva nessuno. A destra, a sinistra, e nemmeno chi rivendica di non appartenere né alla destra né alla sinistra. «I titoli roboanti – argomenta il lavoro – promettono soluzioni salvifiche: Legge Obiettivo (epoca Berlusconi), Sblocca centrali (epoca Berlusconi), Sblocca Italia (epoca Renzi), il new entry Sblocca Cantieri (epoca Conte 1). Generalmente a tali interventi si accompagna la moltiplicazione di Commissari straordinari, una peculiarità tutta italiana. La realtà ci ha dimostrato che gli effetti di tali norme, quando non fanno danno, sono poco efficaci».

In Campania sotto la lente dello studio sono soprattutto i campi della mobilità urbana; dell’abusivismo edilizio; dei rifiuti. La Circumvesuviana è da anni secondo Pendolaria (il dossier annuale sui trasporti curato da Legambiente) la peggiore linea ferroviaria d’Italia. Sui suoi 142 chilometri di strada rotabile che si srotolano intorno al Vesuvio negli ultimi dieci anni sono aumentati esponenzialmente ritardi e soppressioni. E i convogli sono sempre più stracolmi o soggetti a guasti. Per ripartire ci sono 220 milioni di euro per nuovi treni grazie al bando di gara aggiudicato, ma non sono noti i tempi di consegna. In ritardo i lavori della Circumflegrea, sulla quale sono previsti tre chilometri di raddoppio sulla tratta Quarto-Pianura/Pisani e il completamento del viadotto di Quarto. Di 535 milioni di euro i costi stimati, 251 i milioni disponibili. Procedono intanto a rilento i lavori per il prolungamento della linea 6 della metropolitana di Napoli. La tratta permetterebbe un collegamento efficace delle stazioni Municipio e Mergellina e quindi l’interscambio con la linea 1. Serviranno però almeno due milioni di euro per intervenire sulle rinomate stazioni sotterranee, premiate tra le più belle d’Europa e del mondo, e comunque abbandonate al degrado. Due giorni fa l’episodio più emblematico e grave che documenta le condizioni dell’infrastruttura: lo scontro di tre convogli nei pressi della stazione di Piscinola.

La Campania si conferma poi maglia nera per il cemento illegale. Su oltre 16mila ordinanze di demolizione elevate, soltanto il 3% delle stesse sono state eseguite. Non soltanto non si butta giù ma nemmeno si acquisisce al patrimonio pubblico. Licenze fantasma, sanatorie mai vagliate e demolizioni inattuate si replicano dunque indisturbatamente, arrecando un danno sostanzioso all’economia, alla sicurezza e al patrimonio naturale della Regione.

L’incubo dei cittadini campani è pero quello di ripiombare in un’emergenza rifiuti come tra gli anni ’90 e gli anni dieci del 2000. Una crisi mai del tutto risolta, visto che l’impiantistica necessaria al trattamento della frazione organica proveniente da raccolta differenziata (FORSU) non è stata mai portata a termine e visti i 120mila euro al giorno che lo Stato italiano paga per la procedura d’infrazione europea. Nel frattempo, al 2017, risulta un fabbisogno non soddisfatto di circa 600mila tonnellate e gli scarti vengono trasportati fuori regione e all’estero. Esiste comunque un Piano Regionale dei Rifiuti e la disponibilità di Palazzo Santa Lucia a promuovere 15 impianti FORSU per un totale di 240 milioni. Ma nonostante i soldi a disposizione non si riescono a individuare i siti e a realizzare gli impianti necessari. «Il vero nodo – scrive il dossier – è nel governo del settore, cioè nelle attività di indirizzo e controllo attribuite per legge ai Comuni, che sono chiamati a esercitarlo in forma associata attraverso gli Enti d’Ambito».