È vero, ha ragione Bruno Discepolo quando afferma che non si può più discutere oggi sulla città e sul suo progetto di futuro, solo attraverso l’architettura e senza tener conto del contesto urbanistico. Ma è vero ormai da tanti anni. Il dibattito di questi giorni, proficuamente avviato sulle pagine del il Riformista, richiama alla memoria quello che accadde a Napoli più di sessanta anni fa. Nel 1958 il Centro culturale di Comunità organizzava un convegno sull’edilizia e sull’urbanistica napoletana dal titolo Documento su Napoli con la partecipazione di numerosi relatori, tra docenti universitari, intellettuali e associazioni culturali avviando una riflessione sui temi dell’urbanistica e dell’architettura della città. Sono gli anni difficili della ricostruzione post-bellica con le radicali trasformazioni urbane, del Piano di Ricostruzione dei quartieri Porto-Mercato-Pendino con la realizzazione della palazzata di via Marittima, ma anche della pesante densificazione edilizia in molte zone della città senza ancora uno strumento urbanistico generale di riferimento. Napoli in quei decenni cambia profondamente la sua forma, la struttura e la dimensione. In soli venti anni, dal 1945 al 1965, in città verranno costruiti oltre seicentomila vani dopo i danni della seconda guerra mondiale, e la popolazione aumenterà di circa trecentomila abitanti. È una fase di passaggio, da una dimensione urbana sostanzialmente ottocentesca dei primi decenni del secolo, ad una prospettiva di sviluppo e di crescita di una città che tende spasmodicamente alla modernità, benché assolutamente sregolata e incontrollata.

Oggi ci troviamo di fronte ad un nuovo passaggio. Dal 2014, con la cosiddetta legge Delrio che istituisce in Italia le Città Metropolitane, si sono definiti nuovi assetti territoriali e amministrativi e Napoli, insieme a Roma e Milano, è diventata una delle tre più grandi Città Metropolitane in Italia, con un territorio, prima provinciale e oggi metropolitano, di 92 comuni e oltre tre milioni di abitanti. Non è solo un cambio di denominazione, ma una vera e propria rivoluzione degli assetti amministrativi che dovrebbe rappresentare una eccezionale prospettiva di sviluppo per l’area metropolitana napoletana. Ma ancora oggi non c’è, da questo punto di vista, un progetto di città o, più precisamente, una strumentazione urbanistica aggiornata e adeguata a valorizzare la sua nuova dimensione metropolitana, proiettandola in una condizione contemporanea. Sulla scena internazionale le città oggi si trasformano, spesso anche profondamente e con un ritmo incalzante, anche seguendo i nuovi paradigmi urbani di resilienza e di green new deal, come ha detto Michelangelo Russo, attraverso gli esempi di Copenaghen e Amburgo e, in questo senso, una riflessione sulla città contemporanea non può certo prescindere dall’architettura che oggi cerca di riaffermarsi nei processi di costruzione delle nuove strategie urbane. Naturalmente il confronto su questi temi con Napoli è molto difficile, perché non si riconosce, da questo punto di vista, una Napoli contemporanea. Nel transito dalla modernità alla condizione attuale, Napoli vive ormai da molti anni una dimensione sospesa, si potrebbe dire interrotta. Se esiste una Napoli moderna, quella delle importanti trasformazioni urbane del Novecento con la Mostra D’Oltremare in testa, si fa fatica a riconoscere oggi una Napoli contemporanea che non può certo definirsi tale solo con gli interventi delle stazioni metropolitane, seppur numerosi e, in alcuni casi, ragguardevoli esempi di contemporaneità architettonica.