“Avventurandomi fin dove arrivano i ricordi sul mio rapporto con la musica, mi vedo governato dalla foja; in napoletano rende meglio la frégola a captare onde, quelle che fluttuano dentro e fuori di noi; solo che, al posto della bacchetta da rabdomante per sentire l’acqua, i metalli o qualsiasi altro tesoro nascosto, io uso direttamente il corpo. Restare in contatto con la musica. E’ questo l’ardore covato all’interno di una famiglia originaria di Pertosa in provincia di Salerno, senza particolari musicisti intorno, eccetto il nonno (mai conosciuto) suonatore di organetto.

La prima immagine consapevole va ai sette anni, alla tastierina Bontempi strimpellata quando ancora guardavo Sanremo. E, a 12 anni, l’idea già scalpitante di studiare pianoforte al Conservatorio, assieme alla richiesta di veder comparire in casa un vero strumento. Grazie perciò alla foja, studiando duramente da privatista, mi diplomai in pianoforte. Per poi tornare – oramai cinquantenne – a iscrivermi per la laurea in Musica barocca e clavicembalo, conseguita due anni fa presso il nostro Tempio della Musica che racchiude l’eredità di ben quattro Istituti-Convitti, a partire dal ‘500: il Santa Maria di Loreto, la Pietà dei Turchini, il Sant’Onofrio a Capuana, e quello dei Poveri di Gesù Cristo, fino alla riunificazione nell’attuale Reale Conservatorio di Musica di San Pietro a Majella.

La frégola, intanto, con la semina di nuovi germogli dentro di me, mi accompagnava per sentieri sempre più impervi, accostandomi alla musica pop moderna, al jazz rock più avanzato e, tra la fine degli Anni Settanta e i primi Anni Ottanta, a Heavy Weather e Night Passage dei Weather Report di Joe Zawinul. Un’autentica folgorazione! Senza dimenticare Miles Davis, e per il pianoforte Bill Evans, Chick Corea ed Herbie Hancock. Musica che per me veniva da un’altra galassia. Bruciando però di un ardore composito, inseguivo contemporaneamente il barocco francese: da Rameau a Couperin, a J. S. Bach, fino alle opere di Alessandro Scarlatti e di suo figlio Domenico studiati in conservatorio assieme alla (im)palpabile estasi che mi procurava il clavicembalo.
Un percorso, negli anni dell’adolescenza, attraverso i più diversi stili, dalla musica elettrica a quella di Pino Daniele, brani provati e riprovati con un gruppo di amici, tra cui Pippo Matino, ed esibiti in piccoli ma seguitissimi concerti al teatro di Portici, poi le serate, i matrimoni, e le collaborazioni a dischi, una volta entrati in contatto con i musicisti, da Gigi De Rienzo a Franco Giacoia, a James Senese, Cristiano de Andrè…, a Daniele Sepe con cui collaboro da almeno 30 anni.

Senza per questo trascurare la passione per la musica barocca. Del resto, non a caso la mia tesi è sulla toccata, composizione adatta soprattutto all’organo e al clavicembalo, dove – oltre le scale e gli arpeggi – prendono vita immediatezza inventiva e improvvisazione, valori propri anche del jazz che hanno delineato quel mio decisivo trait d’union tra i due generi. Anzi, custodendo amorevolmente dentro la testa il tarlo del barocco – oggi definito musica del seicento o l’età di Bach e Handel – mi unisco, ogni volta che posso, a concerti ensamble (ahimè ancora poco frequenti) con i Micrologus e altri. A Parigi invece la musica barocca si esegue anche alle 8 di mattina davanti a piccole folle di appassionati, pagando un biglietto di 5 Euro. Perché da noi non si organizza nulla di simile? Certo, a San Marcellino e al Mann ci hanno provato, ma è ancora poca cosa. Perché non cominciare a offrire a turisti e napoletani l’idea (concreta) che la nostra terra non produce soltanto scontate melodie? Il barocco, declinato a Napoli in maniera feconda in tutte le arti, è altrettanto parte di un’unica antica identità. Bisognerà cercare i modi giusti per riportarla alla luce, anche attraverso qualche festival.

Naturale obbligo, allora, per i miei allievi, nelle scuole dove insegno Educazione Musicale, avvicinarsi alla musica classica, o a proiezioni come Amadeus, il film di Miloš Forman, diviso magari in più lezioni. Faccio del mio meglio per interessarli, creando alternative a certe degenerazioni, musicali e non, che loro normalmente vivono. Ad esempio allontanarli dalla trap music, brutta copia del pop, e gusto della volgarità; il termine deriva infatti da Trap House, gli appartamenti di Atlanta degli spacciatori americani, dove trapping, in slang significa appunto spacciare. Nelle mie due scuole: una ai Quartieri Spagnoli, e l’altra a Posillipo, non potrei gestire niente di più diverso e opposto. I ragazzi dei Quartieri mi hanno mostrato un video sul cippo di Sant’Antuono, dove un’antica tradizione si trasforma in evento barbaro. In una scenografia sgarrupata con un buco al centro, invece degli alberi (comunque trafugati) i ragazzi bruciano i loro giubbotti, nominando, in una sorta di rito, persone che stanno in carcere. E noi, educatori? missionari?

Ci muoviamo in balia del nulla, senza strutture, e esposti anche al lancio dei pennarelli in faccia al primo rimprovero. A me hanno tirato addosso una sedia, ferendomi. Ma ho scelto di non denunciare, per un principio educativo, e per paura dei genitori che stanno dietro le sbarre. Per conto mio continuo a proteggermi con un sogno, alimentandolo dal borgo di Santa Maria la Nova a Napoli, dove vivo, dentro le mura silenziose di quel complesso artistico-religioso a pochi passi da Piazza Municipio, quindi dal mare, quasi un’isola rispetto ai concitati vicoli che si diradano tutt’intorno. Sperare, insomma, che sotto il cielo di questa città – anche in mezzo a suoni, rumori, voci, frastuono – riviva un’oasi da chiostro, grazie a un clavicembalo.