Napoli, gennaio 2017. I giornali pubblicano alcune intercettazioni su bambini che, al Pallonetto, istradati dalle famiglie, preparano e vendono dosi di droga. Senza clamore, con la riservatezza che il caso impone, la magistratura minorile napoletana toglie la cosiddetta patria potestà e allontana i ragazzini dalle famiglie. Applica, cioè, la stessa normativa che ha consentito al giudice Roberto Di Bella, presidente del Tribunale di Reggio Calabria di allontanare una cinquantina di ragazzi dalle famiglie di ‘ndrangheta. Esperienza raccolta in Liberi di scegliere, edito da Rizzoli, un libro scritto insieme a Monica Zappelli: «Non avevo davanti principi da difendere, ma ragazzi in carne e ossa, che andavano aiutati subito, prima di perderli. – scrive il magistrato – Chi auspicava altri tipi di intervento si riferiva a un’azione corale, che potesse muovere molti soggetti, la scuola, la società civile, l’intero Paese. Ma io non avevo alcun potere di influenza su ambiti così complessi. Io mi accontentavo di rispondere ad una domanda più semplice, che mi scorreva dentro, silenziosa, da quando avevo conosciuto la situazione drammatica in cui erano costretti a crescere tanti ragazzi in Calabria: “Tu che hai fatto?” Avevo provato a muovermi nei perimetri delle azioni “tradizionali” e avevo fallito.

I ragazzi che avevo giudicato avevano avuto destini crudeli e tutti già drammaticamente prevedibili. Nel rispetto dei codici e delle leggi, dovevo assumermi il rischio e la responsabilità di scoprire un’altra strada». L’“altra strada” – ovvero non soltanto mandarli in carcere, in caso di reato, ma provare a offrir loro nuove prospettive – è una possibilità che la legge già offriva. E che, per rendere davvero positiva, ha richiesto – e questa è stata la grande novità immessa dal giudice Di Bella – il coinvolgimento prima di volontari e associazioni e poi delle Istituzioni, che ha portato, nel luglio 2017, a un protocollo d’intesa interistituzionale. Osserva Di Bella: «Quando nel 2012 cominciai a scrivere i primi provvedimenti a tutela dei minori di ‘ndrangheta, il pensiero era rivolto alle singole situazioni. Non potevo pensare che un giorno ci sarebbe stata la copertura governativa a un orientamento giurisprudenziale molto discusso con la firma di due ministri, quello dell’Interno e quello della Giustizia, per un progetto sperimentale: la realizzazione di pool educativi antimafia. Con la formazione mirata di tutti coloro – giudici, assistenti sociali, psicologi, forze dell’ordine – che a vario titolo dovranno occuparsi degli sfortunati figli delle mafie e dei loro genitori che accettano i percorsi rieducativi.» Oggi, da più parti, si chiede l’estensione a consimili situazioni di tale protocollo, per ora limitato alla provincia di Reggio Calabria. Ogni volta che Di Bella ha avuto spazio sui giornali, li ho letti insieme ai ragazzi di Nisida.

Che sempre hanno risposto che mai e poi mai avrebbero accettato di essere sottratti ai genitori. Ma che – ed è stato proprio un gruppetto di ragazzi di sistema a scriverlo – se si fosse trattato dei loro figli, con estremo dolore, avrebbero accettato. Una risposta in cui ho letto un senso di disperazione: non essendoci altra soluzione, l’estrema è l’unica possibile. Quello che mi sembra di aver appreso, negli anni di Nisida, è che neppure i genitori “sbagliati”, quelli i cui figli delinquono sono tutti “uguali”: c’è chi è disastroso come padre e come cittadino, chi è un guaio per la società, ma, magari, un padre affettuoso. Ovvero, che le situazioni vanno viste caso per caso. La risposta non può essere univoca. Togliamo i figli ai boss non può diventare uno slogan, come se fosse una novità da inventare (lo si è già fatto anche a Napoli) e neppure la panacea risolutiva di ogni male. C’è un problema di sicurezza, avvertito da tutti i cittadini.

Dopo l’uccisione di Ugo, molti sui social e nelle chat private hanno usato toni forti, di grande violenza verbale contro i “minori delinquenti”. Più di uno ha chiesto la soppressione dei “diritti costituzionali”: ma c’è davvero qualcuno convinto che, anche togliendo nei singoli casi in cui è necessario i ragazzi alle famiglie, avremmo trovato la soluzione alla “delinquenza minorile”? Certo, e ripeto nei casi che la legge già consente, potrebbe significare – e quindi giustamente da esperire – salvare questo o quell’altro ragazzo. Ma resterebbe quella periferia, dove l’azione – come nelle parole di Di Bella – non può non essere “corale”. “Togliendo” e basta, lo Stato non rinuncerebbe a essere Stato anche delle periferie? Non condannerebbe alcuni luoghi, quindi alcune fasce di popolazione, a rimanere sempre ai margini?