Venerdì il Premier Conte e il Ministro per il Sud e la Coesione territoriale Provenzano hanno presentato il nuovo Piano per Sud, prima mossa del rilancio dell’azione di governo. Ne vorrei scrivere un commento a caldo. Dopo la lettura delle 87 pagine e delle 55 slide di illustrazione del Piano, sono andato su Twitter per vedere le primissime reazioni, facendomi guidare dall’hastag #sud2000. Non ho trovato nulla: la mia mente, rapita da un lapsus, ha sbagliato anno perché l’hastag corretto è #sud2030. Ma i lapsus non sono mai casuali. La sensazione che si trae dai documenti, infatti, è quella di un salto indietro nel tempo.

Il piano si presta a diverse critiche. La prima è di ordine “culturale”. Lo scheletro del documento ricalca continuamente e ciclicamente uno schema molto semplice: c’è un problema (istruzione, partecipazione femminile al mercato del lavoro, clima, infrastrutture, giovani, etc.), ma il Piano lo risolverà grazie all’impegno finanziario di una certa quantità di spesa pubblica. È l’imperitura equazione: spesa = soluzione dei problemi. Elementare no? Sarebbe bello ma le cose non sono così semplici. Venti anni di ricerche sugli effetti delle politiche per il Sud mostrano che quell’equazione è falsa, come mostra mirabilmente il recente volume Morire di aiuti di Antonio Accetturo e Guido de Blasio, economisti della Banca d’Italia.

Legge 488, Contratti di programma, Patti territoriali, Contratti d’area, fondi strutturali europei, sono tutte iniziative che non hanno inficiato l’arretratezza economica del Mezzogiorno. Anzi: in certi casi il forte flusso di denaro ha alimentato corruttela e criminalità. Il Piano ignora bellamente tutto ciò e ripropone il sogno della manna dal cielo con magici poteri di sanificazione delle storture socioeconomiche. Un atteggiamento forse comprensibile a metà anni novanta, culturalmente inaccettabile nel 2020.

Una seconda critica attiene all’individuazione degli obiettivi. Le cinque missioni del Piano (giovani, connessione e inclusività, ecologia, innovazione, Mediterraneo) includono un po’ di tutto. A mio avviso, sarebbe stato meglio concentrarsi su un numero inferiore di obiettivi: istruzione, sanità, infrastrutture, legalità e lasciar perdere le misure per le imprese, specie in assenza di valutazione. Per esempio: che ne sappiamo che il “Supporto alle aziende tecnologiche e digitali del Sud per l’adesione al marchio “MadeIT”” sia efficace per incrementare la performance delle imprese? Perché chi gestirà “Cresci al Sud” sarà più bravo ad allocare il credito in modo efficiente rispetto al sistema bancario tradizionale? Siamo sicuri che la creazione dall’alto di “nuovi “campioni” dell’impresa meridionale” sia il modello migliore?

Come terzo punto, mi pare che emerga una contraddizione tutta politica. Accettiamo per un momento che la spesa sia la medicina giusta. Bene. Ma se è così, allora, non si può avere spesa senza controllo. Due esempi mi paiono molto istruttivi. Se cresce la spesa per l’istruzione, si accetta che il sistema scolastico e quello universitario siano valutati senza sconti da agenzie terze quali l’Invalsi e l’Anvur. E non credo che l’attuale maggioranza sia serenamente d’accordo su questo. Il Piano prevede nuove assunzioni nella pubblica amministrazione, per aumentarne l’efficienza. Bene, ma quale sistema di controllo ex post abbiamo? C’è accordo politico nell’introdurne qualcuno? Credo che la risposta a entrambe le domande sia negativa. Senza il sinallagma risorse-valutazione si rischia l’ennesima pasturazione.

C’è però un aspetto che merita un plauso ed è collegato al metodo. Il cosiddetto modello “whatworks” è una novità salutare, questa sì. Ne ho scritto pochi giorni fa su queste colonne. L’idea, meritoria, è quella di accompagnare in itinere il Piano con la valutazione dell’efficacia delle diverse iniziative. Ma tutto dipenderà da cosa vorrà concretamente dire “whatworks”: la valutazione deve essere di tipo controfattuale, validata nel consesso scientifico internazionale, e condotta da soggetti terzi e scollegati dalle strutture che hanno pensato il Piano e che l’attueranno: l’arbitro non può coincidere col giocatore. E poi, se “whatworks” è il metodo, perché non si applica a molte iniziative proposte? È il caso per esempio delle Zone Economiche Speciali, novità del Piano, che però nell’esperienza di altri Paesi hanno mostrato risultati sostanzialmente nulli sulla crescita dell’economia locale (anche in un Paese simile al nostro come la Francia). L’efficacia è una tesi da dimostrare, non un assunto da fare.

In conclusione, il Piano sembra nascere vecchio, riproponendo formule piuttosto logore appena rinfrescate da temi più accattivanti sul mercato dell’opinione pubblica (donne, giovani, ambiente). Il riferimento a “whatworks” è una piccola luce, insufficiente. Liberarsi dell’ossessione della spesa sarà la vera rivoluzione: #Sud2040? Speriamo prima.

*università di Padova