Cinque carabinieri agli arresti domiciliari, altri tre sospesi per un anno dalle loro funzioni. Più un boss, già al 41 bis, raggiunto dalla nuova misura cautelare e un politico, già presidente del consiglio comunale di Sant’Antimo, da ieri agli arresti. I provvedimenti sono stati emessi per reati che, a vario titolo, vanno dalla corruzione alla omissione di atti d’ufficio, alla rivelazione di segreti d’ufficio. I pm del pool antimafia della Procura guidata da Giovanni Melillo avrebbero voluto misure cautelari anche in carcere, sostenendo l’aggravante camorristica e l’ipotesi di concorso esterno che il gip ha invece bocciato. Mentre i carabinieri eseguivano gli arresti, i pm depositavano appello contro la decisione del gip.

Comincia l’iter dell’inchiesta che punta i riflettori sui rapporti tra alcuni carabinieri, fino a qualche anno fa in servizio presso la tenenza di Sant’Antimo, e personaggi ritenuti affiliati o vicini ai clan Puca, Verde e Ranucci. Rapporti definiti dagli inquirenti “illeciti”, omissioni e violazioni dei doveri che si sospetta siano stati commessi dai carabinieri in cambio di regali, soldi (addirittura stipendi mensili, secondo le accuse) o vantaggi come la possibilità di acquistare appartamenti a basso prezzo (salvo poi rivenderle appena avuta notizia del pentimento di un uomo del clan). L’inchiesta, coordinata dai pm Antonella Serio e Giusy Loreto, traccia uno scenario che se confermato ha dell’inquietante, ma per gli indagati vale la presunzione di innocenza e bisognerà verificare se, come raccontato dai pentiti, si siano realmente messi al servizio del boss Puca per rivelare in anticipo notizie su arresti o inchieste, per evitare in un caso di notificare una sentenza passata in giudicato o in un altro di fermare in strada l’autista del capoclan, e comunque, come ipotizzato nelle indagini, di aver in qualche modo protetto o avvantaggiato uomini del clan a discapito del loro dovere di carabinieri. I domiciliari sono stati disposti per l’ipotesi di corruzione per Michele Mancuso, Angelo Pelliccia, Raffaele Martucci Vincenzo Palmisano, Corrado Puzzo. E per il boss Pasquale Puca e per il politico Francesco Di Lorenzo.

La misura interdittiva è stata decisa per Vincenzo Di Marino, indagato per rivelazione di segreto e omissione, per il capitano Daniele Perrotta per omissione di atti d’ufficio, e per Carmine Dovere per abuso d’ufficio. Parallela all’indagine scorre la storia di un altro carabiniere, Giuseppe Membrino, uno che invece non si è piegato continuando a svolgere regolarmente il suo dovere, a fare controlli e verifiche sulle persone del clan e sui terreni dove si costruiva abusivamente o si sversavano rifiuti. E fu per questo, raccontano i pentiti, che si fece in modo di farlo trasferire, prima pedinandolo e facendo ritrovare il dvd nella cassetta della posta di casa e poi facendo esplodere una bomba carta sotto la sua auto.

Il trasferimento scattò per ragioni di sicurezza e Sant’Antimo perse il suo “carabiniere perbene” come lo definisce un pentito. Un esempio di rigore e abnegazione” dicono gli inquirenti. “Non ho alcun bisogno di riaffermare la fiducia nell’Arma perché è stata sempre massima e intatta” ha sottolineato il procuratore Melillo. Le indagini sono state svolte dai carabinieri di Castello di Cisterna. Il comandante provinciale La Gala ha evidenziato come la presenza di militari sospettati di infedeltà non ha fermato l’attività di contrasto di criminalità.