La paura può essere considerata una ‘passione’ essenziale alla costruzione umana della convivenza ordinata e alla sottomissione dell’uomo a ciò che potremmo definire la comunità politica, coi diversi nomi che questa comunità (a cui non do alcun significato valoriale) ha assunto nella storia per designare i diversi assetti politici che l’uomo si è dato. Paura sia nei confronti della natura esterna sia di quella interna, vale a dire la sua propria natura (da cui il detto plautiano, di imperituro successo, homo homini lupus).
La sicurezza, pertanto, in senso originario è proprio il prodotto dell’esonero dalla paura primordiale dell’inclemenza onnilaterale in cui la vita è gettata. Ma la sicurezza ottenibile non riesce mai a eliminare tutti i pericoli che minacciano la fragilità dell’uomo, per cui essa permane al fondo del quotidiano di ciascuno come uno strato non rimuovibile e più o meno corposo a seconda dell’indole del singolo. Permane nella forma dell’angoscia, proprio in quanto non ci è chiaro ciò di cui abbiamo timore. A volte la sentiamo come apprensione (per le malattie, per gli incidenti, per le aggressioni possibili a noi e ai nostri beni), ma è sempre lei, la paura, ancorché attutita, da cui cerchiamo di liberarci come la passione più remota all’ottenimento della felicità.
Ma la sicurezza non ha solo relazione con questo tipo di paura riconducibile, in senso stretto e lato, alle minacce di violenza; essa ha anche altri aspetti di non minor rilievo, per esempio la sicurezza dal bisogno, o ancora la sicurezza che dà il sapere come correttivo dell’ignoranza e della superstizione (stoicismo ed epicureismo) – per esempio, per rimanere agli antichi, so che il tuono è un fenomeno atmosferico e non è Giove che mi minaccia – e la sicurezza che possono darmi tutti servizi di cui la società che mi circonda è capace di fornirmi.
Dunque la sicurezza per potersi dire conseguita, fermo restando quel fondo angoscioso a cui accennavo un attimo fa, necessita di una vasta e complessa rete di prestazioni sociali che superano ampiamente il concetto della ‘pubblica sicurezza’ come attività di polizia e, nel loro insieme, sono il presupposto per il godimento della libertà che, pur se proclamata come principio assoluto, senza una base cospicua di sicurezza non può essere praticata. Uno dei luoghi comuni più ripetuti del pensiero liberale, e non solo, è la contrapposizione tra sicurezza e libertà, in quanto la sicurezza viene sempre associata all’ordine pubblico repressivo (come monopolio della violenza sottratta ai singoli) togliendole invece proprio quell’ampiezza di raggio che abbraccia diversi aspetti del mondo della vita. Una vita che vuole conservarsi e che si sa fatta soprattutto di bisogni e di debolezze: di fragilità più che di potenza.