Negli ultimi anni, alcune tecnologie hanno modificato il nostro modo di vivere e reso possibile l’innovazione sociale. Il caso di Too Good To Go, l’app contro lo spreco alimentare descritta oggi su questo giornale, mostra che è possibile usare le nuove tecnologie per modelli di business sostenibili con cui guadagnano l’azienda multinazionale che produce il software, i commercianti locali, i consumatori e l’ambiente. Too Good To Go è solo l’ultimo dei servizi innovativi resi possibili dalla rete Internet ed è ancora poco diffuso nella città di Napoli. Altri servizi con modelli di business simili sono probabilmente più noti dalle nostre parti, basti pensare alle consegne a domicilio di cibo (come Just Eat, UberEATS, Glovo, ….) o alla prenotazione di Bed & Breakfast (ad esempio, AirBnB).

Spesso si usa il termine “Sharing Economy” (o Economia della Condivisione) per identificare tutte queste iniziative imprenditoriali che usano Internet per aumentare l’efficienza utilizzando di più le risorse disponibili. Non necessariamente queste innovazioni hanno solo conseguenze positive, come spesso si legge in proposito delle condizioni lavorative dei fattorini del food delivery o delle conseguenze sul mercato immobiliare e le irregolarità connesse al boom dei Bed & Breakfast. Ci piaccia o no, la sharing economy è uno degli elementi che contraddistinguono il nostro tempo. L’articolo su Too Good To Go può essere un’occasione per analizzare come si colloca la nostra città nell’ambito di fenomeni globali contemporanei di più ampia portata.

Il primo elemento che si nota sull’impatto della sharing economy su Napoli (e viceversa) è che la nostra città è sostanzialmente fuori da tutte le iniziative legate alla condivisione di automobili, bici e monopattini che oramai da anni sono parte integrante del paesaggio di molte altre città del mondo. Le ciclostazioni del Bike Sharing Napoli, in disuso dal 2015 e utilizzate solo per pochi mesi, sono forse state lasciate lì come monumenti alle tante opportunità mancate su questo fronte. L’articolo sul car sharing di Emilia Missione su Il Riformista del 16 gennaio ci ricorda che le aziende ritengono che gli investimenti in mezzi e personale richiesti da questi modelli di business difficilmente si ripagherebbero nella nostra città.

Perché quelle stesse aziende investono, invece, in molte altre città del mondo e del Nord e Centro Italia? I motivi sono complessi ma, elencandoli telegraficamente, si tratta di: minore capacità di spesa di noi cittadini; mancanza di incentivi o facilitazioni della pubblica amministrazione, assicurazioni enormemente più care, strade strette e scoscese che complicano il già oneroso lavoro notturno di manutenzione e trasferimento dei mezzi. Il secondo elemento che salta agli occhi è che modelli di business senza grossi investimenti centrali ma che prevedono l’utilizzo da parte di piccoli investitori o lavoratori autonomi locali delle piattaforme multinazionali sono, invece, diffusi anche a Napoli.

Anche qui le possibili spiegazioni sono complesse. Una possibile è la forte specificità della cultura napoletana: per chi conosce bene questa città ci sono meno incertezze ad investire. Se chi di noi consegna pizze a domicilio guadagna più di quando lavorava (a nero) solo per una pizzeria e, al tempo stesso, chi di noi ordina quelle pizze ha più scelta e comodità, le pizzerie vendono più pizze, lo Stato incassa più tasse: ben venga la sharing economy. Certo che questo avvenga grazie a un’app mobile gestita da una multinazionale che non ha neanche un dipendente a Napoli, piace di meno. Purtroppo, spesso questi modelli di business funzionano bene solo con piattaforme molto grandi e c’è mercato per poche piattaforme al mondo.

Ma non è detto che sia impossibile crearne qualcuna a Napoli. Penso a Digitaxi, DeRev, BBPlanet: piccole realtà napoletane che competono nello stesso mercato di giganti internazionali. Molte altre che non conosco probabilmente esistono o magari emergeranno. Ci possono essere addirittura alcuni vantaggi competitivi ad essere localizzati oggi a Napoli, in Italia e in Europa. Agli imprenditori napoletani il compito di sfruttarli e così contribuire allo sviluppo della nostra città.