Criticate, bersagliate, contestate. Da tempo le Regioni sono additate come enti inutili e artificiali, fabbriche di posti di lavoro e avamposto del clientelismo, fonte di sprechi, inefficienze e disservizi. Il principale argomento utilizzato dai detrattori? Fino agli anni Sessanta l’economia italiana si è sviluppata in modo forte e sano; dal 1970, anno in cui sono stati attivati i Consigli regionali, la crescita è stata “drogata” da una spesa pubblica che ha raddoppiato il debito nazionale. Eppure, a dispetto di chi ne invoca il riassetto o l’abolizione, c’è ancora chi ritiene le Regioni uno strumento insuperabile di partecipazione, oltre che culla di classi dirigenti capaci di esprimere politici e amministratori di primo livello. «È impensabile eliminare enti che riflettono l’identità delle comunità locali, invece bisogna garantirne il raccordo con le altre articolazioni dello Stato», ammonisce Michele Scudiero, professore emerito di Diritto costituzionale presso l’università Federico II che ha analizzato le tendenze del regionalismo italiano dalle origini agli sviluppi più recenti.
Professore, perché questo fuoco di fila contro le Regioni? Tira aria di ritorno al centralismo?
«Si tratta di un’intolleranza da non enfatizzare. Certi attacchi sono dettati dalla crisi economica e dalle non esaltanti performance offerte da alcune Regioni. Parallelamente, però, esiste un forte movimento che riconosce queste ultime come “forma e modo della democraticità dello Stato”, cioè enti la cui missione consiste nel consentire alle comunità locali di attuare politiche diverse rispetto a quelle del potere centrale, sebbene nel perimetro dell’unità e dell’indivisibilità della Repubblica. Così concepite, le Regioni sono una risorsa preziosa».
Eppure le statistiche sono impietose. Il debito pubblico è aumentato di mille miliardi dal 2001, quando la riforma del titolo V della Costituzione ha accresciuto le competenze regionali: pura casualità?
«Era inevitabile che la spesa delle Regioni lievitasse di pari passo con l’aumento delle loro competenze. La questione cruciale, però, consiste nella distribuzione delle risorse. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno avviato il percorso previsto dall’articolo 116 della Costituzione, orientato alla stipula con lo Stato di intese finalizzate all’acquisizione di più ampie competenze e correlate maggiori risorse: se si segue la strada del regionalismo differenziato, bisogna coerentemente mettere le Regioni in condizione di spendere per far fronte ai nuovi compiti».
E come la mettiamo con l’inefficienza di molte Regioni e col divario tra quelle del Nord e quelle del Sud?
«L’efficienza dipende dalla intraprendenza delle classi dirigenti, dalla capacità della popolazione di far valere le proprie esigenze, dalla posizione geografica. Le Regioni del Nord fanno segnare migliori performance anche perché meglio inserite nei contesti internazionali. Il Sud non gode di una posizione altrettanto vantaggiosa».
Perciò tre Regioni del Nord hanno avviato il percorso del regionalismo differenziato, mentre al Sud questa prospettiva è vista con maggiore diffidenza?
«La Lombardia si sente economicamente forte e invoca maggiore autonomia nella gestione delle entrate fiscali. Il Veneto è caratterizzato da una forte vocazione autonomista, oltre a essere geograficamente proiettato verso il resto d’Europa anche perché confinante con Regioni ad autonomia speciale. L’Emilia-Romagna vanta scuole politiche e una classe dirigente che già da tempo parlano di regionalismo differenziato. Su questo tema il Sud accusa un forte ritardo in termini di elaborazione politica e ideologica. Le Regioni meridionali sono quotidianamente impegnate ad affrontare assai gravi problemi di economia, tutela del lavoro, difesa dell’ambiente. Pensiamo alla Puglia: è difficile che una Regione chiamata a fare i conti con un caso spinoso come quello dell’Ilva si dedichi al regionalismo differenziato».
La Campania ha intrapreso lo stesso percorso delle Regioni del Nord: qual è il senso di questa iniziativa?
«Ha un significato politico legato alla volontà di tenere il passo delle più solide Regioni settentrionali, in due casi governate dal centrodestra a differenza della Campania che ha una giunta di centrosinistra. Ora bisogna rafforzare questo percorso politico, formare dirigenti capaci di affrontare le sfide di un nuovo regionalismo e trovare le risorse per gestire le più ampie competenze che si invocano: è una strada lunga, ma non più di quella che ha condotto all’assetto attuale».
Assetto attuale che è frutto del dibattito in Assemblea Costituente, quando il regionalismo sostenuto dai popolari si scontrò con le resistenze dei comunisti: come lo valuta?
«I popolari, fedeli alla lezione di don Sturzo e di Ambrosini, consideravano le Regioni come un momento di crescita democratica e perciò suggerivano di attribuire loro competenze incisive e ampi poteri. I comunisti, invece, erano legati al centralismo democratico e i liberali temevano per l’unità dello Stato. Il risultato fu quello di Regioni deboli, sottoposte a forme di controllo preventivo da parte dello Stato, caratterizzate da risorse finanziarie insufficienti, ridotta autonomia decisionale, competenze limitate e legate alle dinamiche di una società agraria. Poi, dal 1970, il Pci cominciò a guardare con favore le Regioni considerandole funzionali all’obiettivo di contenere il potere della Dc».
I confini delle Regioni sarebbero stati disegnati tenendo conto di aspetti economici e demografici, non anche storici e culturali. È pensabile un riassetto?
«Quando il legislatore costituente fu chiamato a disegnare le Regioni, si attenne alle risultanze delle rilevazioni statistiche, senza indagini ed elaborazioni più approfondite. Ipotizzarne un riassetto oggi non è realistico: qualsiasi tentativo di soppressione, come quella del Molise di cui qualcuno ha più volte sostenuto la necessità, o la fusione tra realtà locali, come quella tra il Sannio e lo stesso Molise, si scontrerebbe con la difesa delle identità storiche e culturali e con la verosimile impossibilità di trovare la necessaria convergenza tra le forze politiche in Parlamento».
Quanto hanno inciso i diversi sistemi elettorali nella selezione di valide classi dirigenti regionali?
«Poco o nulla. Le Regioni hanno vissuto un’epoca d’oro, quella della nascita, segnata da riunioni di partito, dibattiti, entusiasmo istituzionale. All’epoca i partiti, erano, valide scuole di politica, espressero notevoli personalità di leader come Bassetti in Lombardia, Servidio e Mancino in Campania, Fanti in Emilia Romagna, senza dimenticare gli ottimi amministratori vantati dalla Toscana. Erano tempi diversi da quelli attuali che sono invece caratterizzati da scarse risorse disponibili e incapacità di far fronte alla domanda di servizi di società complesse».
Non sarebbe stato meglio abolire definitivamente le Province e valorizzare il ruolo delle Regioni?
«Regioni e Province non sono alternative, ma ugualmente necessarie perché capaci di dare voce alle popolazioni locali alla diversa scala. Il progetto di razionalizzazione degli enti locali si è scontrato con l’esito negativo del referendum di dicembre 2016. Allo stato attuale, occorre chiarire anzitutto la sorte e le competenze delle Province che sono elementi costitutivi della Repubblica. Poi si può discutere di regionalismo differenziato, Senato delle autonomie o altre soluzioni in un’unica prospettiva: ampliare la partecipazione dei cittadini alla vita istituzionale e rafforzare la leale collaborazione tra le varie articolazioni dello Stato».