Dormire, forse sognare. Sacchi a pelo bucherellati, cartoni crivellati dalla pioggia, coperte lambite pericolosamente dai fuochi notturni, amache appese a travi sconnesse, fra polvere, macerie, immondizia, amianto. Non hanno dimora ospitale i senzatetto e le senzatetto di Napoli. Anfratti maleodoranti, portici, capannoni abbandonati, tettoie gocciolanti, mercati ittici devastati dall’incuria, aiuole spalmate di rifiuti, sferisteri, cantieri sequestrati, tunnel, sottopassi, sagrati di chiese: tutto può essere succedaneo, rifugio, cuccia, alcova, tana, qualche volta letto di morte. Ma quanti sono i clochard di Partenope? Tanti, tantissimi, eternamente alla ricerca di sonno e di sogni, ma anche di cibo, medicine, ripari.

Napoli passa e va, un po’ impietosita, un po’ inorridita dall’ubriachezza molesta o dai cacatoi alla luce del sole. Clochard italiani e clochard senza patria si preparano ogni volta per la notte. “Il materasso/il materasso è il massimo che c’è”, cantava Renzo Arbore. La Galleria Umberto I è il riparo più ambito, dormitorio, corsia d’ospedale, albergo a cinque stelle, peccato che sia così difficile dormire. Passano gli habitué del San Carlo ancora eccitati dal Valzer delle Camelie: “Libiam, ne’ lieti calici libiam…” Cicchetti, birre sfiatate, vino annacquato, liquoracci in attesa del sonno.
Crash! Booam! Blang! Dal nulla è emersa una partita di calcetto di ragazzotti che si divertono a centrare homeless, saracinesche, vetrine di negozi. Caciare di turisti. Urla. Maleparole. “Alé Napoli Alé”. “Amami Alfredooo!” Il fiume dell’oblio è un miraggio. La palude infernale avanza.

Pustole, croste, nudità imbrattate. All’alba la luce violenta della volta scuote dal torpore le anime dormienti. È tempo di raccogliere gli stracci e tornare raminghi. Con i cani, eterni compagni di sventura, senza patria anch’essi e senza guinzagli. “Di Provenza il mare, il suol/chi dal cor ti cancellò?”