Ferdinando I, re delle due Sicilie, non poteva scegliere un giorno migliore per regalare a Napoli una Reale Scuola di Scenografia: il 25 dicembre del 1816 il sovrano decretò che Antonio Niccolini, architetto decoratore del reale Teatro di San Carlo, addestrasse dieci eccellenti giovani “scelti tra i migliori alunni di architettura civile” al fine di “dare alle teatrali rappresentazioni quella illusione e magnificenza tanto necessarie alla loro buona riuscita”. L’inizio, dunque, fu buono, anzi ottimo. Qualche decennio dopo, nel 1851, la Scuola di Scenografia fu aggregata alle Scuole del Reale Istituto di Belle Arti e, nel 1858, un nuovo decreto ribadì la doppia natura, scientifica e artistica, degli studi sull’arte della scena. Fu un’infanzia felice, quella della Scenografia, amorevolmente accudita e fatta crescere da architetti che erano anche artisti. Architetti e artisti, del resto, avevano attraversato tutto l’‘800 tenendosi per mano e ancora, nei primi decenni del ‘900, godevano di una casa comune: l’Accademia di Belle Arti.

A volersi soffermare, però, sul passaggio dal vecchio al nuovo secolo, si scopre che, dietro l’idilliaco quadro, c’è una tensione che cresce, perché l’architetto, come quei figli che non vedono l’ora di lasciare la casa paterna, vuol rendersi autonomo, padrone del proprio destino. E alla fine ottiene la propria indipendenza, prima, nel 1930, con la Real Scuola Superiore di Architettura, ancora interna all’Accademia, e poi, nel 1935, con l’istituzione della Facoltà di Architettura dell’Università di Napoli che ottenne, quale sede, Palazzo Gravina. In quel lento, ma non per questo meno traumatico passaggio dall’Accademia alla novella Facoltà, la Scenografia ebbe dinanzi a sé il difficile compito di rimettere in equilibrio, nel nuovo corso di studi, la propria identità, tesa tra le ragioni dell’architettura “reale” (quella degli edifici teatrali) e le istanze dell’architettura “illusoria” (quella immaginaria della messa in scena). Nella Facoltà di Architettura della Federico II, fin dalla sua istituzione i 12 professori che, nell’arco di 90 anni, si sono avvicendati nell’insegnamento della Scenografia hanno cercato di conciliare dimensione reale e dimensione immaginaria del progetto di architettura, ma soprattutto hanno voluto interpretare, in maniera moderna, il significato dei termini “scenografia” e “scenografo”, per liberarli dal vecchiume delle idee ottocentesche di una scena fissa e di uno scenografo-pittore.

Per Roberto Pane, docente nel 1930-31, “scenografico” non era una parola che serve a dare colore e vivacità a un’immagine, come nel linguaggio comune, ma possedeva la forza di una categoria estetica, il potere di diventare una chiave di interpretazione dell’architettura stessa. Invece Carlo Cocchia – che insegnò “a singhiozzo” durante gli anni della guerra e nel 1941 scrisse “Sulla evoluzione della Scenografia” – parlò di “architettura scenografica” e fu, allo stesso tempo, progettista di quella scenografica e razionale architettura mediterranea che è la fontana dell’Esedra della Mostra d’Oltremare di Napoli, vivido esempio di una “teatralizzazione” dello spazio, basata sulla successione di quadri scenici animati dai giochi d’acqua. Anche Giulio De Luca volle conciliare la scienza architettonica con l’arte della scena, progettando l’Arena Flegrea, ma realizzando anche, nel 1956, bozzetti per l’”Aida” di Verdi messa in scena nella sua stessa Arena. «L’architetto moderno – scriveva sulla rivista “Metron” – è anzitutto un tecnico […] è poi umanista sociologo […] è anche artista». Tra i vari docenti c’è anche chi ha ceduto maggiormente al fascino del palcoscenico, come Cesare Mario Cristini, e chi ha interpretato in maniera originale il rapporto tra realtà e finzione: Francesco Della Sala, noto per le sue ardite “scenografie spaziali”, o Franco Mancini che aveva escogitato, nei turbolenti anni ’60, un metodo infallibile di insegnamento.

«Cercavo di far capire ai miei studenti – dichiarò Mancini – che la scenografia non era il progetto di architettura, ma era “far vivere” un’architettura». La parola scenografia cominciò, poi, ad assumere una particolare estensione con Alfredo Sbriziolo che la spinse verso l’affine campo dell’allestimento e questa linea di tendenza fu portata ai suoi estremi limiti da Almerico de Angelis, con cui la Scenografia si diramò in molteplici e variegate direzioni, diventando soprattutto “progettazione dell’ambiente”, ma anche design. Dirò, infine, per dovere di cronaca, che personalmente, a partire dal 1991-92, ho riportato la Scenografia sulle polverose tavole del palcoscenico teatrale, declinandola come “architettura” scenica modulare, mobile e trasformabile, pronta a travestirsi e a “recitare” come fa un qualsiasi attore.

Sono trascorsi 90 anni, ma la Scenografia insegnata agli architetti ha ancora il compito di mettere in equilibrio due dimensioni spaziali, che la contemporaneità ha profondamente modificato, perché, da una parte, la realtà del palcoscenico ha registrato ampliamenti e meccanizzazioni e, dall’altra, la finzione ha adottato i nuovi strumenti della virtualità. Il concetto di scenografia si è irrobustito e ha travalicato l’area del palcoscenico che gli era stata per secoli assegnata: nelle moderne soluzioni dinamiche e “totali” delle tipologie teatrali, la scenografia si è estesa, coinvolgendo lo stesso edificio nella mobilità e nella varietà della rappresentazione, tanto da far apparire incerti i confini tra scenografia e architettura. Oggi il progetto delle architetture sceniche ha perfezionato, inoltre, le sue modalità di rappresentazione, arrivando agli “esecutivi”, ma anche simulando, con “tridimensionali” in movimento e tecniche di montaggio, la sequenza del racconto scenico. Le centinaia di studenti appassionati e i tanti laureati in Architettura con una tesi in Scenografia suggerirebbero un serio rafforzamento di questa disciplina all’interno del Dipartimento di Architettura. Non si tratterebbe solo di andare incontro alle attuali richieste del mondo dello spettacolo, ma di consolidare, negli studi di architettura, uno dei percorsi teorici e pratici più raffinati per rinnovare non solo gli spazi della rappresentazione, ma l’architettura stessa nella sua espressione più completa, fatta di scienza e arte.