Le due pinze oleodinamiche sono pronte a buttare giù la facciata esterna della Vela verde di Scampia. Poco dopo le 9 di fronte al cantiere ci sono solo giornalisti e qualche curioso. «Io non ci credo proprio che questi ricostruiscono e fanno le case nuove per noi». La signora Pina ha 57 anni e da più di trenta vive lì di fronte, nella Vela celeste, l’unica delle quattro che resterà in piedi e sarà riqualificata. Dalle ceneri della Vela verde nasceranno i nuovi appartamenti per chi oggi vive nel palazzone di fronte. Pina, però, non ci crede. Racconta che di promesse ne ha sentite tante. Le risponde Ciro, ha 22 anni e una posizione totalmente diversa: «Non dovete dire così, signora Pina. Oggi noi dobbiamo solo festeggiare. E ci dobbiamo credere davvero che da qui può ripartire la rinascita del quartiere». Gli umori di chi è in attesa della distruzione del palazzone sono divisi così: da una parte la speranza dei giovani, dall’altra la diffidenza profonda dei più anziani. Il silenzio viene rotto alle 10: duemila giovani hanno invaso via Antonio Labriola al grido «Scampia è nostra e non di chi la giostra».

Un’ondata umana preceduta da una grande vela fatta di carta, tela e legno. Come un Cristo in croce portato in processione. Sono gli studenti del Galileo Ferraris, l’Istituto tecnico Industriale che sorge a pochi passi dal campo rom di Cupa Perillo. «Noi oggi siamo qui per festeggiare questo evento – racconta il rappresentante Luigi Savio – perché l’abbattimento della prima delle tre vele per noi è una gioia. Però, siamo qui anche per ricordare che a questo quartiere si deve prestare costante attenzione. Noi da tre giorni non andiamo a scuola a causa dei roghi tossici che si sprigionano dal campo rom. Qui a Scampia bisogna rilanciare prima di tutto la scuola. Vogliamo studiare e vogliamo farlo in maniera dignitosa». Nel progetto Re-start Scampia – che prevede l’abbattimento delle vele A, C e D e la riqualificazione urbana del quartiere – questi ragazzi ci sperano davvero. «Non è solo una speranza – racconta Francesco, 16 anni – io ho visto il progetto e sembra fatto bene. E poi i miglioramenti in questi anni già ci sono stati, come le nuove case costruite al posto delle vele abbattute anni fa. Di sicuro io continuerò a lottare affinché questo accada di nuovo».

Ma la vita a Scampia è difficile. Tra la camorra, lo spaccio di droga e un degrado generalizzato dei luoghi non è più facile scappare? Francesco non lo dice, ma dal suo sguardo è chiaro che quella domanda se l’è posta mille volte. «Forse sarebbe più facile – spiega – ma io questa terra la amo e voglio restare qui. Ma se chi vale, come noi, se ne va e i migliori la abbandonano, questa terra a chi la lasciamo?». La gioia e l’entusiasmo dei giovani studenti stride con le facce perplesse dei più anziani. Per lo più abitanti delle altre vele. «Io non sono contenta – racconta una di loro – la sto prendendo male. Fosse per me la terrei in piedi». Dunque non è un segno di rinascita quest’abbattimento? «No. Ma quale rinascita? Qui non si fa proprio niente. Qua rimane sempre lo stesso». Maria Esposito ha 54 anni e vive nei dintorni. «Quando sento parlare i politici – racconta – mi viene in mente Franco Ricciardi che cantava “Promesse mancate”. Ma come fai a credere che le cose cambino quando vedi come si vive qui tutti i giorni. Viviamo nella monnezza. In strada l’ASIA in questi anni è venuta a pulire due volte: quando venne il Papa e oggi per l’abbattimento. Ormai ci siamo abituati. Non cambierà niente».

L’unico a credere nel futuro nonostante i suoi 74 anni è Gaetano e nella vela che sta per essere abbattuta lui ci ha vissuto per 23 anni. Forse è questo a fare la differenza. «Pure io mi ero abituato a vivere in quel modo – racconta – poi nel 2003 sono andato via e ho capito che una vita migliore è possibile. Se penso che oggi mi faccio la doccia quando voglio quasi non ci posso credere». Perché quando viveva nella Vela verde, lui che abitava al decimo piano, doveva aspettare dopo le 20 per potersi lavare. Prima l’acqua lì non arrivava. «La vela – spiega – non è mai stata attaccata all’acquedotto. C’era un tubo che portava l’acqua da un cantiere al palazzo ma chiaramente quando tutti aprivano il rubinetto, ai piani più alti non arrivava niente. Oggi le persone che vivono ancora lì forse nemmeno lo capiscono che si può vivere in maniera umana». Verso le 11 arriva il sindaco Luigi de Magistris.

Indossa l’elmetto bianco del Comitato Vele di Scampia, sale su un palchetto insieme ai rappresentanti delle associazioni di quartiere e dice che «Scampia batte Gomorra 3-0». Poi arriva il momento dell’inizio dei lavori. Sono le 11.15. La strada si riempie di un silenzio che dà i brividi. Due minuti dopo gli escavatori si mettono in azione. Il primo balcone viene buttato giù. Seguono gli altri. Si alza una nuvola di polvere che colpisce le prime file degli spettatori. Una signora se ne lamenta. «Stai respirando speranza», le risponde un ragazzo con gli occhi lucidi.