Nella decisione delle Sardine di tenere un flashmob a Scampia c’è qualcosa che non torna. Apprezzabile l’idea di accendere i riflettori sulla periferia dei palazzoni a forma di Vele, e di farlo, magari, con tutto quel bla-bla-bla socioculturale e politicamente corretto che sempre accompagna simili iniziative, e che potrebbe essere ancora una volta tollerato in nome della causa. Ma a quanto si è capito, il centro della manifestazione di domani non sarà il quartiere, il suo essere il simbolo dell’abbandono urbano. Ma Matteo Salvini. Ed è qui che i conti non si allineano.

Manifestare contro il leader della Lega a Scampia e non dire nulla, neanche una parola, sullo stato della zona, sarebbe possibile a una sola condizione: stendere un velo pietoso sulle responsabilità
delle amministrazioni – tutte di sinistra – che si sono succedute negli ultimi decenni e che hanno fatto di questa periferia ciò che è nella realtà e più ancora nell’immaginario collettivo. È dunque
questo il senso dell’ operazione? Approfittare di Scampia non solo per dare una spallata al “mostro” leghista, ma per assolvere furbescamente de Magistris che in questi anni ha fatto molto poco per le periferie di Napoli?

Utilizzare Salvini per chiamare tutti alle armi e, nell’agitazione della battaglia, far dimenticare i problemi reali? Si dirà che le Sardine hanno fatto così anche a Bologna, dove pure sono scese in piazza contro la Lega in favore di Bonacini. Già, ma attenzione. Una cosa è mobilitarsi a Bologna per difendere un sistema di governo che ha prodotto uno dei migliori modelli di amministrazione locale in Europa e un’altra è invece farlo a Scampia, dove non c’è nulla da difendere ma molto da fare. A meno che non si voglia indicare in Salvini il responsabile del degrado urbano napoletano.
Di Salvini che qui non ha mai governato e non è mai stato neanche all’opposizione. Più che un guizzo da Sardine sarebbe un colpo di genio. Da faine.