Ormai Ruotolo è lì, è andata. Vogliamo dire però due parole sul “ruotolismo”? “La mia è una candidatura indipendente: se ci sono problemi se la vedano i partiti”, ha annunciato l’ottimo giornalista prima di bollare lo stesso dibattito tra i partiti come “un pollaio”. Il refrain è stato subito rilanciato anche da de Magistris. Del resto Ruotolo ha chiarito fin da subito che, se eletto, si iscriverà al gruppo misto. Ma che società civile è, codesta, che viene candidata da più partiti, Pd in testa, e si iscrive al gruppo misto? Il pensiero va alla stagione degli “indipendenti di sinistra”, quando il Pci offriva in modo relativamente disinteressato un’elezione sicura a significative personalità senza chieder loro di rinunciare alla loro indipendenza, tanto che non prendevano la tessera del partito e spesso facevano gruppo a sé. Figli di una stagione irripetibile, “indipendenti” lo erano davvero anche se quasi sempre finivano a votare per convinzione come i comunisti.

Altri tempi, e se posso aggiungere, altri profili. Intanto, forse dovremmo dismettere uno dei miti su cui si è eretta la cosiddetta seconda Repubblica: la “società civile”. Precisamente, per dire, il fatto che Ruotolo sia società civile e quelli come me no. Tra i diversi usi storici dell’espressione “società civile” forse il referente più immediato nel dibattito pubblico italiano a partire dagli anni ‘80 è quello vagamente marxiano, ovvero la contrapposizione (e non già integrazione, embricamento, incapsulamento) con lo Stato che rappresenta la società politica par excellence. La società civile in questa accezione si distingue dalle istituzioni dello Stato che esprimono la politicità e quindi, per esempio, dai suoi rappresentanti istituzionali, tra cui gli “eletti”. Ma la nostra Costituzione non legittima questa visione e anzi muove da premesse opposte perché accoglie una concezione del partito nettamente societaria, non istituzionale. Il partito come associazione di cittadini (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti”, recita l’articolo 49 della Costituzione) e cinghia di trasmissione delle domande sociali tra il corpo sociale e le istituzioni, oltre che titolare della funzione di selezionare il personale politico destinato, previa articolazione, confronto e sintesi a tradurre quelle domande in scelte politiche.

I partiti sono nella società, secondo la Costituzione, sebbene con una funzione (anche) direttiva. Allora, quando si parla di “società civile”, di cui l’indipendenza appare una variante espressiva, si lancia un messaggio ambiguo che nasconde la ricerca di fonti ulteriori di legittimazione del potere (quindi la delegittimazione di quello esistente: i partiti sono società incivile?) o quantomeno, come scrive Bobbio, “nuove aree di consenso”, e sarebbe interessante comprendere su quali items si registrerebbe il nuovo consenso. È nei momenti di rottura che si predica con qualche opportunità il ritorno alla società civile, mentre in Italia andiamo avanti così da più di trent’anni e, peggio ancora, senza scalfire l’introversione dei partiti. I partiti sono deficitari? Certo. Si entri nei partiti per cambiarli. Appare sforzo inutile a causa della legge ferrea delle oligarchie che trasforma cittadini presto in ceto? Se ne facciano di nuovi, alcuni riusciranno, altri no, ma forse in qualche caso sapranno rappresentare nuove ed emergenti linee di frattura. Piuttosto ha poco senso che i partiti candidino una autoproclamata società civile. I partiti sono la società civile. Quale contributo possono dare candidati indipendenti se, eventualmente eletti grazie ai partiti, ne parlano con distacco, se non con disprezzo? Migliorano la legittimazione del sistema dei partiti, così caduta in basso, o piuttosto non ne accrescono la delegittimazione? Temo che non ci siano alternative alla riforma dei partiti, garantendo ampi e ben drenati canali di comunicazione con il resto della società. Ecco perché apprezzo la scelta di chi, pur non avendo una militanza pregressa, sceglie di entrare in una comunità politica. È faticoso, spesso deprimente. Ma almeno ci si prova e si firma un patto sinallagmatico di diritti e doveri. Cossiga affermava che il potere va coltivato come un muscolo: “È bene che esistano palestre dove i politici possano fare pratica prima d’essere catapultati nella vita pubblica e assumere alte responsabilità. Quelle palestre erano un tempo rappresentate da partiti politici e associazioni che li fiancheggiavano. Ma i tempi cambiano e questo è il tempo dell’improvvisazione”. Appunto.