Egoismo, autoreferenzialità, corto respiro hanno desertificato Terra di Lavoro. Sono aggettivi tutti riferiti alla classe politica casertana di questi ultimi anni. Siamo rimasti inermi a discutere sulle preoccupanti etichette di Gomorra prima e della Terra dei fuochi poi, uniche che, purtroppo, definiscono ancora oggi una dimensione di avvenire locale, sia pur pessimista. Bene ha fatto il Riformista a interrogarsi su quale sarà il nostro futuro. È una domanda che ci poniamo tutti, ma nessuno aveva il coraggio di metterla in campo, perché l’avvenire ci appare fosco. Avrebbe dovuto farsela la politica, lo fa un giornale. Eppure, le strade della provvidenza e i suoi fili possono riannodarsi nel Casertano se una generazione di liberi e forti che esiste, soprattutto negli enti locali, riesce a rimettersi insieme, a costruire un luogo d’incontro dove progettare. Non serve farlo nei partiti, che spesso non funzionano, lo si può fare altrove. Ma è necessario farlo. Lo scorso venerdì su il Riformista Napoli l’ex sindaco di Marcianise Antonello Velardi ha scritto che bisogna ripartire dagli eretici.

Come non condividerlo, quando immediatamente proprio a Caserta abbiamo l’esempio dell’ex direttore della Reggia Mauro Felicori, giubilato anzitempo per questioni di norme insensate, mal sopportato in alcuni circoli di potere della città per aver gestito in maniera geniale e brillante Palazzo Reale, senza piegarsi a politica e clientele. Uomo da ringraziare perché ha donato ricchezza alla nostra città. Come non vedere davanti agli occhi che il Museo Campano, il più importante piccolo museo d’Italia, a Capua, sopravvive a malapena oltre la linea di galleggiamento. Da Casertavecchia a Carditello, dall’Anfiteatro al Mitreo, dalle Chiese di Capua ai teatri romani di Teano, Sessa Aurunca e Alife: un intero patrimonio culturale abbandonato a sé stesso dalla politica locale, nonostante le istituzioni preposte spesso si diano da fare. Continua a mancare un elenco infinito di attività turistiche e culturali, altrimenti ordinarie in Emilia Romagna o Toscana o anche nella vicina costiera sorrentina. Lo stile di governo della nostra provincia è il dividi et impera.

La coesione sociale, lo spirito di squadra, sono ormai cavallereschi e romantici ricordi di una generazione matura. Sarà colpa del nero della camorra? Non credo; non solo, conta molto la politica. Una provincia di 104 comuni, un milione di abitanti, lasciata al suo destino, coincidente, per lo più, con gestioni amministrative non sempre all’altezza del compito e schiave soprattutto di un’arretratezza culturale dove politica e servizio trovano equilibrio sulla sola gestione del presente. Basti pensare che in Cina si costruisce un ospedale in 5 giorni; a Caserta il policlinico è in costruzione da quanto, venti anni? Mentre le cave continuano a prosperare. Si sono dunque spenti i partiti e con essi le sedi dell’elaborazione, nel cui abisso c’è una politica acefala, con le articolazioni territoriali svuotate e slegate dai contenuti necessari e che si aggrappano e agiscono secondo le visioni degli uomini al comando.

L’aspetto più grave non è che si sia fatta una scelta per l’occupazione, sarebbe stata una scelta. Il dramma è che siamo governati dall’inerzia. Spesso i politici alle accuse rispondono: «Ho fatto quanto potevo», dimenticando che oggi non servono alibi ma passioni. Come dice Papa Francesco non possiamo più rimanere a guardare dai balconi la vita che scorre