Si sospetta sempre di chi trova la bomba, come di chi trova il cadavere” si ascolta nel film di Clint Eastwood “Richard Jewell”, l’ultimo lavoro del regista 90enne in questi giorni al cinema. E così, quando Richard, il giovane addetto alla sicurezza trova il dispositivo dell’attentato dinamitardo di Atlanta del 1996 al Centennial Park, non ci mette niente a passare da eroe a possibile attentatore. La sua fisicità goffa e in sovrappeso e il fatto di essere un adulto che vive con la madre contribuiscono a renderlo il possibile colpevole per chiudere il caso e dare all’opinione pubblica la risposta che si aspetta. L’avvocato Domenico Ciruzzi, già ai vertici della Camera penale napoletana e dell’Unione camere penali italiane, penalista e presidente della Fondazione Premio Napoli, ha visto e apprezzato il film (“grandi attori, eccellente regia, è un cinema di impegno civile”) e accetta di commentare con noi questa storia che non è una storia solo cinematografica, e non è soltanto una storia americana.

Avvocato Ciruzzi, davvero Richard potrebbe essere chiunque? “Sì. il film racconta la storia di un errore giudiziario risolto grazie al lavoro di un avvocato. In questo film potente si ripropone un tema attualissimo, quello della presunzione di innocenza che oggi viene sacrificata a un giustizialismo imperante. Inoltre, il film recupera la figura del difensore, il suo ruolo e l’importanza del diritto alla difesa, altro principio sancito dalla nostra Costituzione ma sempre più svilito e mortificato. Perché l’avvocato viene spesso tratteggiato in maniera non esaltante o addirittura considerato un intralcio. Non è così. E il caso raccontato nel film è molto più diffuso di quanto si creda. C’è il rischio, infatti, che storie come questa di Eastwood facciano calare l’ombra sulle tante storie che sono meno clamorose ma quotidiane, e corrispondono ai singoli drammi che si trova a vivere chi finisce sotto accusa in un’indagine della magistratura, si ritrova al centro dell’attenzione dei media e, attraverso i social e internet, finisce in un girone infernale da cui uscire sembra quasi impossibile”.

Vuol dire che è tutta colpa dei media?
Non dico questo, dico però che bisognerebbe riflettere più seriamente e intervenire per sanare il rapporto fuorviante che si crea ogni volta che c’è un’indagine e che un indagato da presunto innocente diventa immediatamente presunto colpevole. Perché i processi durano all’infinito, ma la risposta a un reato deve essere immediata. Ed ecco quindi che si vìola la riservatezza delle indagini, si celebrano processi in tv senza aspettare il contraddittorio tra accusa e difesa che normalmente dovrebbe regolare un giusto processo, e si ricorre a scorciatoie del consenso per dire che tutto a posto, che l’integrità e l’infallibilità dello Stato è ristabilita e che il colpevole è stato preso, salvo poi scoprire che è innocente, come accade nel 60% dei casi, e non dare alle assoluzioni lo stesso risalto dato agli arresti”.