L’arrivo di Riccardo Muti al San Carlo, domenica prossima, con una delle più prestigiose formazioni del mondo, la Chicago Symphony Orchestra, è l’ennesimo dono delle Muse alla nostra città, anche se le Muse amiamo maltrattarle piuttosto che esserne contagiati. Il piatto forte del programma è la sinfonia “Dal Nuovo Mondo” di Antonín Dvořák, straordinario omaggio di un compositore europeo all’America e alla cultura dei nativi americani. L’astronauta Neil Armstrong volle con sé una incisione della sinfonia e i suoi primi, incerti passi sulla superficie della luna sembrarono assecondare le magiche percussioni dell’“allegro con fuoco” del finale, lui oscillante, sobbalzante, sempre col rischio di cadere, ma imprimendo a memoria futura la sua orma sulla polvere lunare.

Anche Muti un astronauta, uno scopritore di Nuovi Mondi? Ne ha il piglio, ne ha la vocazione, ne ha la tenacia. Non molto tempo fa, conversando con Raffaella Carrà, il Maestro si è esibito in uno straordinario scioglilingua in dialetto molfettese. Nato, come si sa, a Napoli, precisamente in via Cavallerizza a Chiaia, al numero 14, lui le radici paterne, con le cadenze e le ebbrezze dell’infanzia, non le ha mai dimenticate. A piccoli passi, a salti che giocano a rimpiattino con la forza di gravità, Muti si muove con decisione verso la Modernità, ma tutelando questo felice retrogusto provinciale, vagabondo delle stelle che non riesce mai a dimenticare la terra amica da cui si è provvisoriamente staccato.

“Mia madre, quand’era spensierata – ricorda Muti in un’intervista a Repubblica – cantava canzoni appassionate, come Stu core analfabeta tu ll’he purtato a scola di Totò”. Antonín Dvořák o Antonio de Curtis, è sempre sapore di casa.