Sono tutti fermi. Da settimane. Tutti in attesa del voto in Emilia. Ci sono gravi urgenze sul tappeto, dalle infrastrutture all’acciaio. Ci sono regole del gioco che ballano, dalla prescrizione alla legge elettorale. Ci sono leadership in bilico e partiti che vogliono cambiare pelle. Ma nessuno muove un dito. Se ne parlerà dopo il 26 gennaio. I vecchi ricorderanno Antonio Maspes, il sette volte campione del mondo di ciclismo che per lunghi minuti, per intere mezz’ore, inchiodava la bici al parquet della pista, fermo su due ruote come una statua, in surplace, costringendo l’avversario a partire per primo e infilzandolo nello sprint. Sembrano gli emuli del grande Maspes, i leader politici.

E naturalmente la Campania e Napoli non fanno eccezione, sebbene qui si avvicini il rinnovo della Regione (a sua volta collegato al successivo rinnovo di palazzo San Giacomo) e non si contino i problemi, trasporti, rifiuti, fondi europei, Bagnoli. Roba da far tremare le vene ai polsi. Sarebbe il momento dei bilanci e dei programmi, delle alleanze e delle candidature, ma la musica è sempre la stessa. I partiti aspettano il voto bolognese. Anche se Bologna non c’entra nulla con Napoli. Tace il centrodestra, che con Stefano Caldoro pensa di vincere a man bassa le regionali. Ma sarà vero? Anche nel 2015 Caldoro credeva di avere la meglio e ad avere la meglio furono invece le spericolate alleanze di De Luca e i giochi sul filo di lana di De Mita. Oggi poi nel parterre caldoriano c’è anche la Lega del corrusco Gianluca Cantalamessa, l’attivismo culturale di Alessandro Sansoni, la Sfinge Carfagna.

E c’è soprattutto un’opinione moderata che si rifugia nelle praterie infertili dell’astensionismo, orfana di un progetto e perfino di un’identità. Tenere assieme le truppe residue del Cavaliere, la storica destra cittadina e il neosalvinismo meridionale appare più complicato di uno scioglilingua. Servirebbe, subito, il classico colpo di reni, un’agenda di alto profilo che facesse “sognare” gli elettori. Ma Caldoro attende Godot. Perde tempo prezioso. Né stanno meglio i pentastellati, che pure, alle europee del 2019, sfiorarono il 34 per cento e a Napoli addirittura il 40. Qui più che altrove sarebbe urgente risolvere le vistose divergenze tra i governisti di Di Maio e la sinistra di Fico.