È ormai un fenomeno. Reborn è una bambola per adulti, certo non per giochi erotici come si potrebbe pensare, ma per compensare un bisogno di maternità e forse anche di paternità. È impressionante quanto sia verosimile e quanto impegni tempo e, soprattutto, portato affettivo e dedizione da parte di adulti desiderosi di vivere un’esperienza genitoriale, ma impediti per malattia o per indisponibilità di tempo e di spazi anche mentali.

Cosa ancor più inquietante è che spesso non possono e non vogliono rinunciare a carriere o ad una normale vita relazionale. Già questa affermazione appare inquietante quando si usa il temine normale per esprimere un comportamento disturbato. Allora meglio dotarsi di una bambola, come facevano da bambini tanti anni prima, simulando accudimento e donando attenzioni o affetto ad un giocattolo che poi non ti chiede nulla e non ti procura preoccupazioni aggiuntive.

Mi ricorda tanto l’esperienza di oltre venti anni fa della diffusione dei Tamagotchi che era un gioco elettronico creato in Giappone nel 1996 che costrinse migliaia di adolescenti in tutto il mondo ad accudire un pulcino virtuale che viveva, doveva essere nutrito e poteva anche morire se non ben seguito, provocando immani sensi di colpa e disperazione.
In questo caso invece, essendo un gioco per adulti insoddisfatti si mira ad eliminare tutti i sensi di colpa e la paura di dover fronteggiare possibili crisi di abbandono, evitando estenuanti pianti disperati e temute notti insonni. Questi giocattoli “per vuoti affettivi” non chiedono nulla al suo possessore se non di essere custoditi e quando si usurano o si deformano possono tranquillamente essere smaltiti come rifiuti speciali senza incorrere in sanzioni di sorta.

Che significato ha tutto ciò? Certamente risponde ad un bisogno pressante, anzi due: innanzitutto poter maneggiare ed avere a disposizione un oggetto su cui riversare il bisogno di emozioni, di maternità e, forse, di paternità; in secondo luogo rispondere al pressante bisogno di donare affetto, di essere genitori pur nella consapevolezza di non esserne in grado, sapendo però di non averne il tempo o la condizione economica e relazionale per farvi fronte e non volendo rinunciare ad alcun obiettivo della propria quotidianità. Pare che in alcuni contesti si riuniscano persino gruppi di pseudo genitori per discutere tra loro problemi connessi alla loro vita familiare; falsi contesti con falsi figli e con falsi problemi. Un pretesto per stabilire relazioni inautentiche e quindi malsane nella condivisione di un delirio che da adulti non può che produrre patologia e bisogno di assistenza.

Quanta solitudine e disperazione sottende tali comportamenti e che bisogno esprime questa condizione e, soprattutto, che mercato crea da sfruttare ed utilizzare con cinica consapevolezza.
E allora una fabbrica del profondo sud, a Matera, si avventura su questa idea geniale di offrire, a costi accettabili, questa opportunità e fa “nascere” tanti simulacri di figli.
Il problema è che mentre una bambola per una bambina costituisce un sano addestramento alla genitorialità, una bambola nelle mani di un adulto non può che essere una gigantesca caricatura di una realtà negata. Un pericoloso presupposto di successive patologie mentali, una distorsione che genera false convinzioni. Un simulacro di relazioni e di vita che si sostituisce ad una realtà insoddisfacente e patogena.

Quando una bambola viene estrapolata da un mondo infantile può diventare anche un terrificante oggetto di orrore, come abbiamo visto in tanti film che hanno utilizzato questo stereotipo.
Il tutto appare pericoloso perché contiene in sé tutti i germi di future patologie e testimonia di disperate esistenze senza gratificazioni tangibili. Un tentativo estremo di colmare un vuoto, che comunque rimane.