Rallentare il decorso della malattia con una bambola. Si chiama doll therapy ed è uno degli approcci utilizzati con i malati di Alzheimer per contrastare la demenza senza ricorrere agli psicofarmaci. Se negli scorsi anni venivano impiegate per lo più bambole di pezza, oggi si fa strada l’impiego delle Reborn doll, tanto che alcune case di cura hanno anche lanciato delle iniziative di beneficenza (come quella in foto) per donare ai malati di alzheimer queste bambole iperrealistiche. A spiegarci le ragioni scientifiche alla base di questo protocollo è la neurologa Chiara Criscuolo del Centro demenze dell’Università Federico II di Napoli.

Bambole a Alzheimer, qual è la connessione?
La doll therapy trae ispirazione dalla teoria dell’attaccamento formulata negli anni ‘60 dallo psicologo John Bowlby, secondo la quale il legame fisico ha l’effetto di rincuorare e calmare il soggetto. Per fare un esempio, è lo stesso principio per cui, quando abbiamo paura, vogliamo stare vicino a qualcuno. Questo approccio, declinato con le bambole, viene utilizzato soprattutto nelle case di cura e permette di limitare l’uso degli psicofarmaci ottenendo però buoni risultati soprattutto con i malati che si trovano in uno stadio iniziale della malattia

Che caratteristiche devono avere le bambole?
Tradizionalmente venivano impiegate le bambole di pezza ma ora vengono usati anche bambolotti più realistici. Fondamentale, però, è che i bambolotti non piangano, parlino o sbattano le palpebre. È stato osservato che queste caratteristiche anzichè aiutare tendono a far aumentare l’ansia dei pazienti.

Quali sono i benefici della doll therapy?
Si è osservato che le bambole riescono a rilassare i pazienti, riducendo ansia, rabbia e paura. Dall’altro lato diventano più attivi, aperti alla socializzazione e aumenta anche l’appetito.

Come mai?
I pazienti ricordano gli anni passati, si sentono di nuovo importanti per qualcuno e sentono la responsabilità di prendersi cura delle bambole. Si alzano spesso per controllare che stiano bene, si ricordano di cucinare per far mangiare le bambole e, contemporaneamente, sono più motivati a mangiare anche loro.

Perché, allora, esistono ancora pareri discordanti su questo approccio?
C’è un dibattitto etico, oltre che scientifico. Molti pazienti li trattano come veri e propri bambini e diniscono per chiamarli con i nomi dei figli. Ci si chiede se sia giusto avallare questa loro illusione, che però gli permette di stare meglio, oppure dire loro la verità vanificando, però, i benefici della cura.