Le bambole vive da piccola mi facevano paura. Chiamavo così le bambole e i bambolotti dai tratti umani per me troppo realistici. Era un problema mio, certo. Tanto mi rassicuravano le storie, anche quelle spaventose, tanto mi preoccupava la fissità di occhi e arti così perfetti: sospettavo che di notte si animassero e non certo per venirmi a consolare. In casa lo sapevano: quando volevano regalarmi bambole, le sceglievano quasi sempre di stoffa, con tratti somatici improbabili, che so, con un bottone al posto del naso. Quelle non mi facevano paura, ma come una piccola Bartleby ribadivo a ogni regalo di bambole che avrei preferito un cane.

Anche oggi un po’ mi sgomenta questo fenomeno delle bambole Reborn, con la pelle di silicone liscia liscia, con i capelli di cashmere morbidi morbidi, con le sembianze che riproducono fedelmente quelle di bambini e bambine veri. Non so se anche questo è un problema mio. Ho letto che la nuova moda servirebbe a riempire vuoti, a muovere, in certi casi, sentimenti materni o paterni in assenza di prole e senza il fastidio della cura.

Chiunque abbia un figlio: naturale, adottato, oppure a lui affidato senza un vero e proprio titolo genitoriale, sa che l’unica certezza che si può mantenere è quella che nel rapporto non esiste fissità. Sa che l’idealizzazione e quindi l’assenza del mutamento non possono resistere nei giorni. Persino gli errori inevitabili servono per stabilire equilibri nuovi e mai stabili.
Invece le bambole di silicone no: loro restano fisse, con la pelle di silicone liscia liscia, con i capelli di cashmere morbidi morbidi. Non invecchiano, non modificano l’immaginario di chi le acquista, non dicono di no, non scalpitano come figli, per allontanarsi dalle gabbie di ogni previsione. Sono l’amore privo di rischi, quello che non esiste.
Continuo a preferire un cane.