“Se avesse voluto sostenere una tesi, l’autore avrebbe scritto un saggio (come tanti altri che ha scritto). Se ha scritto un romanzo, è perché ha scoperto, in età matura, che di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare”. Quando uscì Il nome della rosa, Umberto Eco fece scrivere sul risvolto di copertina queste parole, evidente parodia dell’ultima riga del Tractatus logico-philosphicus di Ludwig Wittgenstein (“Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”). Che un autore di saggi divenga narratore non è, dunque, una novità. Sapevo che una cosa del genere era accaduta anche a Massimo Galluppi, che conoscevo come apprezzato storico delle relazioni internazionali, oltre che come brillante editorialista.

Ma non avevo letto i suoi romanzi. Poi su “Il Riformista Napoli” del 9 febbraio è uscita la bella e intrigante recensione che Paolo Macry ha dedicato a Il caso Epstein (pubblicato a dicembre scorso dall’editore napoletano Colonnese). La trama del libro – col riferimento al mondo ebraico, reso ancor più esplicito dalla foto della copertina, in cui campeggia una stella di David – m’ha subito incuriosito e perciò ho deciso di non farmelo sfuggire. La sua lettura m’ha talmente appassionato (in modo particolare il racconto delle furibonde polemiche tra i difensori dello Stato d’Israele e i filo-palestinesi) che poco dopo sono passato alla lettura dei due romanzi precedenti: Il cerchio dell’odio del 2014 e Occhio per occhio del 2016 (pubblicati entrambi da Marsilio).

Ho avuto l’impressione che Galluppi non scriva ad uso esclusivo dei critici letterari (o degli altri narratori), il che mi spinge a esplicitare le ragioni del mio interesse di lettore non specialista per questi suoi romanzi, ambientati a Napoli, intrisi di aria e sapori napoletani, ma estranei a ogni celebrazione o esecrazione di questa loro origine. Certo, è sempre Napoli a fare da sfondo alla narrazione. Una Napoli borghese, “con i suoi eterni problemi e la sua masochistica indifferenza”, con la sua atavica abitudine alla “combinazione di sporcizia e decoro”. Ma le vicende narrate la trascendono e spesso se ne discostano (e così Galluppi ci regala descrizioni di Parigi, Madrid o Montreal) perché s’intrecciano ai più acuti conflitti internazionali del nostro tempo, nei quali è impossibile separare in modo assoluto la ragione dal torto, a meno di non cedere alle semplificazioni e ai conformismi di questa o quella ideologia.

Il protagonista dei tre romanzi è il commissario Raul Marcobi, napoletano di padre dalmata, poliglotta, cinefilo e sassofonista, figura a mio avviso molto ben riuscita di investigatore che s’avvicina ai delitti con maestria e determinazione, senza propendere a priori verso la soluzione più semplice, più scontata e in qualche modo anche più conformista. Paolo Isotta, in una recensione de Il caso Epstein su Il fatto quotidiano, vi ha riconosciuto lo scetticismo del poliziotto solitario. E forse proprio in questo scetticismo distaccato del commissario Marcobi consiste uno dei tratti più interessanti e riconoscibili della sua napoletanità borghese. Aggiungerei che nel suo atteggiamento solitario va anche vista una significativa conseguenza del suo passato di tennista, rievocato qua e là nei tre romanzi di Galluppi con un misto di discrezione e nostalgia. Da ragazzo, il commissario era stato una promessa del tennis partenopeo, il cui tempio era il famoso circolo in villa comunale: proprio quel circolo del tennis dove prima della guerra, stando alle memorie di Elena Croce, andavano a giocare ragazze bellissime e giovani “alti, bruni, ignoranti ed eleganti”.

Iscriversi al tennis, aggiungeva la primogenita del grande filosofo, “era come venire ammessi e tollerati in una vastissima famiglia di cugini, solidali nel valutare l’eccezionale presenza e prestanza di alcuni esemplari, e la comicità spesso lazzaresco-borbonica di altri” (Due città, Adelphi). Dopo la guerra, ovviamente, le cose sarebbero cambiate: il tennis aveva perduto l’affiliazione aristocratica, i suoi adepti non erano più caratterizzati dall’ignoranza e dal plebeismo che Elena Croce stigmatizzava nella “classe nobiliare napoletana”; eppure, la frequentazione del circolo del tennis continuava ad avere il senso di un’appartenenza elitaria. Il commissario Marcobi, uomo colto, raffinato, di ampie vedute mentali, deve esattamente all’agonismo delle esperienze tennistiche giovanili – oltre che le amicizie e i contatti che lo aiuteranno nelle sue inchieste – l’inesausta passione per la vittoria solitaria, da raggiungere a qualunque costo, che lo animerà nel suo lavoro. Marcobi non molla mai.