L’ennesimo episodio violento consumato l’altra notte nell’area di Santa Lucia e culminato con la morte del 15enne Ugo Russo che, in compagnia di un altro giovane di poco più grande, ha tentato di rubare l’orologio a un carabiniere puntandogli alla tempia una pistola pur essendo in compagnia della propria giovane fidanzata, richiama alcune inevitabili considerazioni che in parte non hanno il carattere della novità ma per un’altra è necessario che siano fatte. Innanzitutto non c’è alcun dubbio che la reazione violenta espressa dalla famiglia, dalla parentela e amici non ha alcun argomento giustificativo. Se per un solo momento dovessimo entrare nella logica che di fronte a un dramma, quale anche la morte di un caro, sia legittimo reagire manifestando la propria tensione emotiva con virulenza nei confronti delle strutture pubbliche o delle persone, ci troveremmo catapultati nuovamente nella barbarie del “far west”.

In secondo luogo, al di là delle stesse immediate dichiarazioni del carabiniere, una tale circostanza getta nel più profondo stato di angoscia sia i familiari della vittima sia il carabiniere che ha sparato che la ragazza presente all’agguato e l’amico di Ugo. Sicuramente la ricostruzione della scientifica, la perizia medico-legale, l’attenta osservazione delle immagini video delle telecamere presenti, nonché i diversi interrogatori forniranno nei prossimi giorni ulteriori chiarimenti e spiegazioni circa la dinamica dell’accaduto. In ogni caso non si può essere sfiorati dal pensiero che un carabiniere possa trovare soddisfazione o giovamento dall’aver ucciso un giovane di 15 anni solo perché si è sentito minacciato. Altro discorso è se l’acquisizione delle competenze e le capacità trasmesse nel processo formativo cui il carabiniere è stato sottoposto sono state, nella circostanza, efficacemente espresse. Su questo sarà il processo a dircelo. Gli aspetti cui la vicenda rimanda, tuttavia, vanno oltre il carattere criminodinamico dell’accadimento e il suo prolungamento processuale.

In primo luogo c’è il solito tema della prevenzione e della sicurezza territoriale che evidentemente risulta ancora pieno di criticità per i risultati che registriamo sia rispetto al numero di morti giovanili che riguardo i percorsi intrapresi da giovani minorenni su terreni che sono a metà strada tra la devianza e il crimine. L’aspetto preventivo è evidente che è di interesse e compito innanzitutto della famiglia, poi della scuola (dal giovane abbandonata) incapace di interessare, coinvolgere e controllare, infine delle strutture sociali territoriali. Tutte e tre i fronti appaiono fin troppo deboli nel sostenere traiettorie di vita alternative, virtuose e in grado di sostenere modelli educativi condivisi di crescita responsabile e di integrazione sociale. Tale debolezza deriva anche dalla tradizionale mancanza di contatto, capacità di fare rete sul territorio e di sperimentare comuni esperienze di socializzazione diversa.

L’aspetto che attiene la sicurezza territoriale interroga le diverse forze dell’ordine, i modelli attuati e l’incapacità, al di là della ripartizione territoriale a ognuna affidata per il controllo e il contrasto, di mettere in campo strategie alternative fondate maggiormente – specie per i reati predatori – sull’uso di modelli proattivi e predittivi che pur esistono, ma che richiedono cabine di regia molto efficaci ed autorevoli. Infine, l’ultimo aspetto attiene la gamma delle opportunità di recupero e la possibilità che l’attuale impianto normativo prevede per il trattamento dei minori autori di reato.

Proprio un ampio e rigoroso recente lavoro scientifico prodotto nel distretto giudiziario della Corte di Appello partenopea ha messo in rilievo l’esistenza di un approccio ancora fin troppo paternalistico nella gestione del processo minorile e al contempo la necessità che tavoli interistituzionali siano aperti per affrontare il tema della tutela della personalità del minore, la necessità di un lavoro di rete tra i servizi della giustizia minorile e quelli sociali territoriali, l’urgenza di aprire percorsi di formazione e aggiornamento per gli operatori delle comunità, l’indifferibile necessità di utilizzare metodologie di valutazione del rendimento dei percorsi di recupero sia da parte della giustizia minorile che delle comunità. Se vogliamo affrontare con serietà ed efficacia il complesso fenomeno della devianza minorile a Napoli e la sua deriva criminale occorre spezzare la spirale istruzione-disoccupazione-esistenza marginale-povertà educativa familiare, tanto meno rassegnarsi all’incompiutezza delle strategie istituzionali, ma mettere in campo le migliori energie per un tempo lungo e le migliori competenze per sostenere percorsi di reale integrazione dei giovani.