Arrivavano dal mare. A bordo di galee e fuste spinte dalle braccia degli schiavi catturati nelle incursioni precedenti. I pirati non dovevano avere uncini, feluche o gambe di legno, ma comunque facevano paura. E pure molta, considerando che uno studio dell’Università di Trento e Banca d’Italia li imputa tra i primi responsabili della Questione Meridionale. Pirates’ attacks and the shape of the Italian Urban system, a cura di Antonio Accetturo, Michele Cascarano e Guido de Blasio, ragiona e indaga proprio sulle conseguenze dei raid dei pirati tra XVI e XIX secolo. Attacchi che portarono molte comunità a lasciare le coste per stabilirsi nell’entroterra, in aree più sicure ma meno votate alla produttività. Una migrazione che ha colpito soprattutto il Meridione e le coste del Tirreno. E le cui conseguenze si riverberarono addirittura fino al secondo dopoguerra.

Il lavoro, pubblicato nell’agosto 2019, è durato due anni e si innesta in una corrente di pensiero ormai dominante. Quella secondo cui è nelle aree centrali urbane (metropoli o megalopoli) che, per via di un posizionamento geografico favorevole e di infrastrutture più funzionali, si generano economie di sviluppo e agglomerazione. Per esempio: per la multinazionale di consulenza strategica McKinsey & Company, nel 2025, il 66 per cento della popolazione produrrà due terzi del PIL globale in 600 città di tutto il mondo. Lo studio sui pirati si dedica (primo in Italia) proprio a cogliere gli effetti sull’urbanizzazione di uno shock demografico e sociale derivante da una minaccia militare prolungata come quella rappresentata dai pirati.

Comincia tutto in Spagna, nel 1492, quando i Re Cattolici entrano nel palazzo dell’Alhambra, a Granada, l’ultima roccaforte del califfato musulmano nella penisola iberica. La corona spagnola si spinge poi sulle coste dell’Africa e interviene l’impero Ottomano che all’epoca si considera protettore dei musulmani di tutto il mondo. Le popolazioni berbere tornano così in possesso dei territori sulla costa. Si formano specie di città stato militari dove il dominio ottomano è soltanto nominale. Inizia dunque l’era dei pirati che si lanciano all’arrembaggio di quello che chiamano il “Mare Bianco di Mezzo”. Colpiscono anche Francia e Spagna, ma soprattutto l’Italia meridionale e le isole, Sardegna e Sicilia – sull’Adriatico fa buona guardia la marina veneziana.
Al 1620, di 45 ciurme dedite alla pirateria 34 sono basate a Tunisi, sei ad Algeri, le rimanenti a Tripoli. Le loro principali attività sono il saccheggio e il rapimento ai fini di riscatto, come raccontato anche da Emilio Salgari in Le Pantere di Algeri: «Povera massa di schiavi, che non doveva più rivedere l’isola natìa, destinata a popolare gli orribili bagni d’Algeri, di Tunisi, di Tripoli, di Tangeri e di Sale e gli harem di quei feroci scorridori del Mediterraneo!» Robert C. Davis documenta che tra il 1516 e il 1798 a essere colpito è soprattutto il sud tirrenico. Ma non mancano incursioni in Salento, in Toscana e perfino in Liguria. Si tratta comunque di dati parziali perché riferiti soltanto a un lasso di tempo e alle incursioni finalizzate al sequestro di persona e quindi all’ottenimento di un riscatto.