Entrai nella redazione del giornale e annodai il filo del palloncino sul bordo del portaombrelli. Federico Tagliamento, l’anziano reporter con la figlia autistica mi fece segno di raggiungerlo nella sua postazione. Tagliamento spostava le scartoffie sulla scrivania e di tanto in tanto digitava qualcosa sulla tastiera del computer senza dire una parola. Forse avrei dovuto rompere il silenzio, ma era stato lui a volermi lì. Mi chiesi se davvero sua figlia fosse autistica o se era lui ad avere problemi. Magari lei era una chiacchierona e quando tornava a casa, trovandosi di fronte il padre, l’Incomunicabilità fatta persona, si chiudeva a riccio. Per fortuna Arnaldo Pizzetti mi chiamò dall’altro lato dell’open space. Abbandonai Tagliamento e raggiunsi il giornalista sportivo. Sui cinquanta, Pizzetti ostentava un’abbronzatura da lampada UVA, alimentata (a differenza della mia che già sbiadiva) da chissà quante sedute nel solarium, al punto che l’epidermide era diventata color giallo paglierino. I folti capelli bianchi accentuavano l’effetto quasi psichedelico del suo aspetto, a dire il vero inappropriato per qualsiasi appartenente al genere umano.

«Genny, ti secca se firmo l’articolo di domani? La mia fidanzata, la parrucchiera, non vede più il mio nome sul giornale e ha cominciato a fare strani discorsi tipo che dovrei tingermi i capelli per diventare più figo, che l’effetto della lampada invecchia anziché ringiovanirmi, che quando camminiamo insieme non riesco a tenere il passo, per cui dovrei fare palestra…». Evidentemente la parrucchiera lo voleva mollare e il povero Arnaldo faceva finta di non capire. «Figurati, Arnaldo. Anzi pubblicate tr… troppi pezzi con il mio nome. Fra un po’ la g… gente si chiederà se non sarebbe…» Pizzetti, ascoltando un condizionale impallidì, anzi nel suo caso divenne un po’ meno giallo. «Cioè volevo dire…» mi corressi prontamente «…si ch… chiede se non è il caso di cambiare il nome Spina del Sud in Spina di Genny». «Però guadagnerai di meno». «Me ne farò una r… ragione».

Giovanna Alberti, la specialista di cronaca nera, mi sradicò dalla sedia di Pizzetti per condurmi nel suo cubicolo. In video, quando mi aveva supplicato assieme agli altri di incontrare Gagliardi, mi era sembrata una donna in ansia per la perdita del suo zoo personale, eppure dotata di un certo equilibrio. Quando presi posto di fronte a lei mi accorsi che aveva un diavolo per capello, e non solo in senso metaforico. La sua permanente stile anni Sessanta che sullo schermo sembrava inappuntabile era ridotta a un cespuglio da cui spuntavano aghi biondicci. Le pupille erano rosse al punto che mi guardai intorno per controllare se in redazione ci fosse un estintore in caso prendessero fuoco. «Sicché mi hai rubato la polpetta dal piatto». «Certo, le polpette mi p… piacciono. Ma di qui a r… rubarle… ce ne p… passa» balbettai. «Odio q… quella tua aria da s… santarellino» disse a mio parere scimmiottando in modo esagerato la mia balbuzie. «G… g… g… guarda che…». «Ho scritto centinaia di pezzi sperando che qualche criminale mi rivolgesse una minaccia. Firmo un articolo con il tuo nome e, come per incanto, in redazione arriva la lettera con il proiettile.» Scoppiò a piangere e fui costretto ad alzarmi per batterle amichevolmente la spalla. «Ti prego, non f… fare così» la consolai. Maria Rosaria, la caporedattrice, mi strappò dal cubicolo dell’esperta di cronaca nera. «Mi hanno avvertito solo adesso del tuo arrivo» disse.

Con la coda dell’occhio constatai che nell’open space c’erano troppe scrivanie, troppi giornalisti. Gagliardi non aveva tutti i torti. Un giornale così sovraffollato non avrebbe mai prodotto utili. Maria Rosaria mi condusse alla sua scrivania. «Come ti avrà già riferito la collega, hai ricevuto una minaccia di morte per cui mi trovo costretta ad avvertire la polizia.» «Senza il mio c… consenso?» «È la prassi».  Mi immaginai mentre circolavo per Napoli in compagnia di un paio di tizi che probabilmente mi avrebbero ritenuto un idiota incapace di badare a sé stesso. «Non v… voglio la protezione della p… polizia!» Il vocio della redazione cessò come per incanto. La Alberti si alzò dal suo cubicolo e urlò a squarciagola: «Sei impazzito?» Un filo di saliva le colava dalle labbra. «…in attesa di inserirti al più presto nel programma di protezione» continuò Maria Rosaria imperterrita.

Mi figurai in una provincia del nord, magari nei primi posti nella classifica della vivibilità redatta ogni anno da un noto giornale economico. Non mi sarei mai adattato a uno stile di vita diverso da quello che mi aveva consentito di diventare un escluso senza sentirmi un reietto. Magari sarei stato costretto a portarmi dietro la famiglia. Cosa avrebbe fatto mamma senza la sua partita settimanale di burraco da qualche mese sostituita da quella di scopone scientifico? Come sarebbe sopravvissuto papà senza andare di tanto in tanto allo stadio per contestare le decisioni arbitrali a suo parere sempre favorevoli alle squadre del Nord? Quella che dagli esperti era giudicata un’esistenza all’insegna della vivibilità per noi Scognamiglio sarebbe diventata una causa certa di mortalità. «Né tanto meno voglio entrare in un pr… programma di protezione» urlai. Nella redazione nacque spontaneo un «ooooh» di disapprovazione. In quel momento il direttore uscì dal suo ufficio. Nel corso del nostro primo incontro, quando era impegnato in una piacevole attività, anzi passività, scoppiava di salute. Adesso sembrava un malato terminale.

«D… direttore» dissi «V… vorrei parl… parlarle… d… di…». Mi passò davanti senza degnarmi di uno sguardo. Si fermò davanti al cubicolo di un giornalista. Osservò un foglio appena uscito dalla stampante e urlò all’indirizzo del suo dipendente: «Qua vedo un punto e virgola. Sei ammattito?» Il giornalista si giustificò: «È solo una sbavatura della stampante.» Il direttore si tranquillizzò: «Buon per te!» Fatima uscì dal bagno a bordo dei suoi tacchi a spillo rossi con sfumature fluorescenti. Indossava un abitino a pois più corto del solito. Capponi la chiamò ad alta voce ma lei lo ignorò. Passando davanti a me e Maria Rosaria rise. «Ciao, Genny. Vedo che la tua scalata verso il successo continua. Bravo. Così si fa.» Mi fece l’occhiolino. «Avvertimi quando vai via. Così facciamo un po’ di strada assieme. A proposito, grazie per la dritta.» «Q… quale dr… dritta?»

Ricordai di averle confessato che mi ero scopato Maria Rosaria per motivi non proprio nobili. Compresi così di aver causato involontariamente l’infelicità di Capponi. Fatima lo aveva mollato appena si era resa conto che non sarebbe stato in grado di facilitare la sua ascesa professionale. «F… facciamo così» dissi a Maria Rosaria. «Per il momento non chiamare la p… polizia. Rifletti un attimo. Se mi trasferissero a Bolzano o a Todi, chi tratterebbe con G… Gagliardi per impedire la chiusura del giornale?». «E se ti ammazzano?» insisté Maria Rosaria. «La responsabilità ricadrebbe su di noi. Tra l’altro, se ottieni la protezione, abbiamo una bella esclusiva per il giornale.» Finse di scrivere per aria un titolone con le dita. Un nostro collaboratore minacciato dalla Camorra. Finiremmo sulle testate nazionali».

«La Camorra in quanto sistema non esiste e lo sai bene. In città agiscono b… bande di d… delinquenti che si ignorano tra loro, tranne quando entrano in conflitto per questioni territoriali» dissi ripetendo quello che sentivo dire da mio padre una volta al dì, tanto per citare la terminologia utilizzata sulle prescrizioni dei medicinali. «Ti concedo mezza giornata» tagliò corto Maria Rosaria.
«S… sarà sufficiente» dissi ostentando una sicurezza che non provavo. Il direttore ci passò davanti, stavolta di corsa. Aveva le lacrime agli occhi. Si rinchiuse nel suo ufficio emettendo ululati da cane bastonato. Nel frattempo Fatima conversava amabilmente con un collega. Ne approfittai per raggiungere in punta di piedi l’uscita. Sciolsi il filo di cotone dal portaombrelli e portai il palloncino via con me.