«Al buio, con gli occhi aperti, non mi concentrai davvero sul provino, ma sull’eventualità di diventare un calciatore famoso. Perché se lo fossi diventato mia madre avrebbe potuto ricevere mie notizie, guardarmi, e magari, nel vedermi, nel pensarmi, le sarebbe tornata la voglia di stare con me, come per quei pensieri che dimentichi di avere, ma che poi te ne ricordi e non puoi più ignorarli». Il protagonista di Giovanissimi di Alessio Forgione, edito da NN – tra i libri nominati allo Strega 2020 – è Marco Pane, soprannominato Marocco, un quattordicenne che vive a Soccavo, alla fine degli anni Novanta, solo con il padre, contabile in una fabbrica di scarpe, dopo che la moglie/madre li ha abbandonati.

«Mia mamma, per me, era uno schiaffo in faccia, una ferita aperta. O un fischio nell’orecchio, che saliva e scendeva e disturbava e copriva tutto». Marocco ha superato gli esami di terza media con “ottimo”, ma non ha avuto il motorino che il padre gli aveva promesso in regalo e affronta il liceo senza voglia. Non lega con i compagni di scuola, a parte quello di banco, Maurizio, e tantomeno con gli insegnanti, nessuno dei quali viene citato per nome, se non la professoressa Raiola, che sanziona a colpi di tre e anche due, la sua ignoranza in latino. Regista della squadra dei Giovanissimi Regionali della Pro Calcio Napoli, Marocco potrebbe, forse, trovare nello sport un futuro, se non di primissimo piano, comunque da professionista. Ma neppure allenamenti e gare con tanti coetanei, Fusco, Gioiello, Marco, Tonino, l’antipatico Petrone, riescono a riempire il senso di rassegnato vuoto della sua esistenza, appena confortato dalla lettura di Dylan Dog e dei giornali che parlano di fenomeni paranormali.

Per fare un po’ di soldi, con l’obiettivo di comprarsi il motorino, insieme al suo unico amico Lunno – sedici anni, che non frequenta più la scuola, un soprannome che ne indica i modi ruvidi – comincerà a spacciare droga, unico motivo per frequentare ancora la scuola. La sua vita sembrerà aprirsi ad una più ampia dimensione con la scoperta dell’amore per Serena. Sembra che il passato possa essere murato in un angolo per lasciare spazio solo al futuro, ma il lieto fine non c’è: «Perché non siamo altro che cose che rotolano giù per una discesa e che prima o poi si fermeranno. Perché siamo vivi finché ci muoviamo. Perché siamo vivi finché andiamo giù. Ci dissanguiamo costantemente e che tutto sanguini, per favore, per sempre, allora, perché il sangue è quello che c’è prima che la vita cominci. La vita. La vita non è altro che un’inconsapevole attesa. Poi arriva, e fa male».

Alla sua seconda prova narrativa, Alessio Forgione – nato a Soccavo trentaquattro anni fa, e già definito da alcuni critici come erede di La Capria – racconta, con linguaggio asciutto fino alla ruvidezza, una periferia della periferia. Dove non mancano gli episodi di violenza e di criminalità minorile, ma i ragazzi non si dividono in buoni e cattivi: quelli che spacciano e accoltellano sono gli stessi che hanno atteggiamenti affettuosi con le fidanzatine e tenerezze nascoste nel profondo di sé. E dove la cifra più forte è la solitudine del crescere. Marocco, che racconta in prima persona, non ha nessuno con cui parlare del suo dramma (l’assenza della madre) e delle sue passioni (i fumetti e il paranormale) e trova sfogo alle prime pulsioni sessuali in qualche giornale pornografico.

La scuola non è, per lui, un riferimento reale, ma una nebulosa indistinta. Il padre e il mister, due adulti che gli vogliono bene e a cui pure vuole bene, non riescono a indicargli una struttura morale né colgono quando la sua è diventata una “normalità” apparente. Il suo mondo è limitato ad un reticolo di strade tra Rione Traiano a Soccavo, Pianura e Fuorigrotta: tutto ciò che c’è oltre non riesce neppure a immaginarlo. Con la sensazione di non avere scampo: “Sentivo che prima o poi la mia vita sarebbe finita o si sarebbe rovinata del tutto e che non avevo la possibilità di evitarlo né la forza di cambiare rotta”. Finché l’amore trasforma anche il suo linguaggio, che, da paratattico e sincopato, diventa più pieno, quasi traboccante. Per dire a Serena, finalmente, “ti amo”, Marocco esplode in un «Voglio mangiare con te tutte le volte che mi viene fame». Dalla relazione può nascere l’inatteso: «Ogni persona è l’ulteriore possibilità di qualcun altro» e lo stesso mancato lieto fine è indice che la vita continua a muoversi, a esistere.