Siamo ormai al culmine di una pandemia che appariva inevitabile. Proprio come le immani tragedie dei secoli passati, quelle che decimavano popolazioni e strutturavano paure di contagio e angosce collettive ma creavano anche i presupposti per ripartire modificando e migliorando stili di vita nel demolire consolidati pregiudizi. Presto forse sarà possibile riflettere sui tanti insegnamenti che questa vicenda ha fornito ad una umanità dolente e confusa, a cominciare dalla consapevolezza che non esistono confini geografici o eserciti in grado di difendere frontiere o identità etniche da invasioni o meglio da contaminazioni esterne. Nessuno può considerarsi immune o migliore del resto del mondo. Sono crollati in poche settimane miti, pregiudizi e convinzioni consolidate, ma contemporaneamente si sono rafforzate, a ben vedere, consapevolezze di buone pratiche o di istituzioni e apparati ben funzionanti e da valorizzare; e ciò proprio in una fase in cui l’attività preferita da qualche politico era stata (e purtroppo lo è ancora) quella di demolire, aggredire, criticare ad oltranza tutto e tutti diffamando gli avversari senza motivare adeguatamente le critiche avanzate e senza proporre valide soluzioni oltre l’accondiscendenza ad istanze corporative e particolari che non avrebbero comunque potuto sortire esiti positivi per il Paese.

Il risultato è stato quello della diffusione, prima che della epidemia vera e propria, di una paura generalizzata e paralizzante che potrebbe anche portare ad un blocco decisionale collettivo e ad una depressione diffusa e anticipatrice di disastri relazionali, di comportamenti irresponsabili, quali quello di fuggire dalle zone rosse, individuate nel tentativo di rallentare il contagio, per incontrare parenti e amici ai quali si regala una pericolosa opportunità di ammalarsi prima e in forme ancor più pericolose. Ma la cosa più importante da ricordare in futuro, quando questa emergenza sarà superata – perché sarà superata – sono alcune revisioni critiche di pregiudizi senza fondamento, perché tali si sono rivelati, cosa probabile ma non scontata proprio per la radice di odio sociale, di interessi economici o semplicemente di egoismo alla base di questi stessi pregiudizi. Il primo è forse quello del primato di alcune regioni sul resto del paese (che ha generato il delirante slogan “prima gli …..” e la richiesta di un regionalismo differenziato), sia in termini di organizzazione che di funzionamento dei servizi, a partire da quelli sanitari e dal primato del privato sul pubblico, idea che appare oggi particolarmente colpevole perché incapace di organizzare risposte efficaci in ambiti come quella della emergenza sanitaria, notoriamente a regime poco remunerativi sia sul piano economico che della produzione di utili di impresa. Non esiste tale superiorità ed il virus lo ha inequivocabilmente dimostrato.

La presenza di indubbie eccellenze, se risolve problematiche altamente specialistiche, non giustifica né può supportare la pretesa di gestire da soli la salute pubblica, che ha bisogno di livelli uniformi di efficacia e di capacità di prevenzione e di erogare risposte minime di provata efficacia in ogni parte del paese utilizzando presidi e strutture ovunque essi siano allocati. Si è rivelato fallimentare il voler organizzare la gestione della risposta sanitaria a dimensione regionale, destabilizzando la capacità di risposta dell’insieme del sistema curante. Il secondo gravissimo mito smantellato è stato quello di valutare da un’ottica meramente economica le difficoltà ed i ritardi nel funzionamento locale dei servizi sanitari, ciò ha consentito negli ultimi dieci anni un criminale ridimensionamento di risorse destinate alla sanità pubblica, arrivando – nelle regioni in regime di commissariamento – a dimezzare il personale impegnato proprio nelle zone in cui sarebbe vitale un rilancio in termini di investimenti e ammodernamento dei servizi.

Più risorse finanziarie, semmai implementando un attento monitoraggio centrale della qualità dei servizi e delle modalità di investimento. Più finanziamenti e attenzione alla prevenzione senza continuare a favorire il trasferimento di danaro pubblico verso un privato di tipo speculativo. La progressiva riduzione della numerosità di operatori destinati alla assistenza, amplificata dal blocco del turn over con il conseguente invecchiamento degli operatori impegnati, associato al taglio dei trasferimenti alle regioni più deboli, ha determinato un vulnus incolmabile nella capacità delle regioni del sud compensato solo dalla enorme disponibilità e generosità di quegli operatori, che non potrà protrarsi in eterno. Non è risultato vero né credibile l’assunto che si producevano sprechi insopportabili, ma una egoistica politica di dirottamento di risorse devastante per l’intero sistema sanitario nazionale. Questa sciagurata politica ha comportato un ulteriore degrado dei servizi nella parte più fragile del paese, che andava invece aiutato e monitorato con investimenti mirati ed attivando sperimentazioni organizzative avanzate. Il sud poteva rivelarsi utile all’intero paese, proprio come hanno dimostrato gli operatori impegnati nella ricerca scientifica, sui front line dell’assistenza, quella stessa assistenza che al sud ha retto sinora abbastanza proprio perché meno esposta ad aspettative e attese miracolistiche.

L’ultimo mito smantellato dal virus è forse quello della inutilità di un servizio sanitario nazionale, teorizzata dai fautori del modello americano fondato sulle assicurazioni con investimenti residuali verso le urgenze della fascia dei meno abbienti. La presenza di un servizio sanitario nazionale pubblico e universale è oggi, in piena crisi, riconosciuto come indispensabile per affrontare situazioni come quella odierna. Un sistema in grado di velocizzare sia le azioni di contenimento che di uniformarle su tutto il territorio nazionale. Si è rivelata questa l’unica risposta efficace in grado di rassicurare il paese senza pregiudizi o false convinzioni. Dalle crisi non si esce da soli o con strumenti fondati sull’egoismo, ma si esce se si attiva una spinta collettiva fondata su solidarietà e sinergia, valorizzando costantemente sia la innovazione organizzativa che la ricerca scientifica.
Dalle crisi si può uscire devastati o migliori.