Non a caso Tony Blair lo indicò come l’ispiratore del socialismo europeo, una corrente di pensiero che diventò di moda dieci anni dopo la caduta del craxismo. Io, di mestiere, sono un giuslavorista. Così mi sono preso la briga di analizzare i risultati della sua stagione di governo che, anche sotto questo punto di vista, sono stati oggetto di critiche ingenerose. Bettino Craxi ereditò nel 1983 una situazione economica critica: la terribile combinazione tra stagnazione e inflazione.  Trovò una dinamica di spesa pubblica in crescita costante ed esponenziale frutto delle politiche consociative degli anni precedenti. Il suo governo ebbe il merito di fermare l’inflazione (che, dal 1983 al 1987, scese dal 12,30% al 5,20%) e, a dispetto dell’immagine che gli è stata costruita addosso di “uomo del debito”, di aver messo sotto controllo la spesa corrente.

Ma al tempo stesso i salari nei quattro anni del suo governo crebbero di due punti al di sopra dell’inflazione e l’Italia divenne il quinto paese industriale del mondo, anche investendo sulle aziende statali, utilizzate come volano per la crescita. Riporto qui il giudizio dell’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, che, nella relazione di fine anno 1986, gli riconobbe “un’azione tenace” e “tendenze positive che danno i loro frutti”. Certo, Craxi fu anche l’uomo che era a conoscenza del sistema di finanziamento illecito dei partiti, ma che lasciò fare. Forse non aveva scelta, ma fu anche il più coraggioso di tutti. Quando in Parlamento rinfacciò a «becchini, bugiardi ed extraterrestri» i finanziamenti illeciti custoditi nei forzieri di tutti i partiti e fece allusione al sostegno economico che l’Unione sovietica aveva dato al Partito comunista nessuno ebbe il coraggio di negare o di ammettere.