Vent’anni sono un tempo giusto per analizzare le vicende politiche col distacco dello storico, senza lasciarsi travolgere dall’emotività o, addirittura, dall’imbarazzo. C’è stato un periodo della storia d’Italia, un periodo del quale nessuno dovrebbe essere fiero, nel quale dirsi socialista e magari craxiano significava esporsi ad ogni tipo di insulto, offesa, derisione. Come racconta Marcello Sorgi nel suo bel libro Presunto Colpevole (Einaudi) vent’anni fa fu fatto morire lontano da casa un uomo, prima che un politico. Non fu possibile costruire un corridoio umanitario per far rientrare in Italia da Hammamet Bettino Craxi, gravemente malato, e farlo curare in un centro specializzato. L’Italia sapeva a cosa sarebbe andata incontro, ma decise che quello fosse il minore dei mali. Come ricostruisce Sorgi, fallirono sia il canale con la Chiesa che quello con il governo italiano, presieduto da Massimo D’Alema. Bettino Craxi è morto in Tunisia il 19 gennaio 2000 e oggi questo libro ci ricorda cosa si sarebbe potuto fare ma non venne fatto. Un libro che non vuole essere un tentativo di rivalutarne la figura, ma offrirci strumenti che consentano un giudizio onesto, sincero su quanto accaduto qui in un passato non tanto remoto.

Bettino Craxi è stato certamente una figura divisiva. È stato probabilmente il primo leader politico in Italia a polarizzare l’opinione pubblica: o con me o contro di me. Aveva intorno tante persone che lo amavano e che erano disposte a tutto per lui, c’erano migliaia di odiatori che non vedevano l’ora di avere un buon motivo per lanciargli le monetine, come accadde fuori dall’hotel Raphael di Roma. Uno schema che, da allora, si è ripetuto altre volte: Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e ora Matteo Salvini. Sono amati o odiati o entrambe le cose, ma certamente hanno carisma e non lasciano nessuno indifferente. Cominciamo col dire una prima verità. Bettino Craxi è stato un uomo di sinistra. Ha usato tutti i simboli della sinistra e si è sempre richiamato ai valori del socialismo europeo. Eppure la regia dell’ostilità che ha incontrato, prima e dopo Mani Pulite, è stata tutta a sinistra, come dimostra la penosa querelle di questi giorni sulla intitolazione di una strada a Milano. È stato un uomo di sinistra osteggiato soprattutto a sinistra, dal partito comunista.

E l’offerta di Marco Minniti, sottosegretario a Palazzo Chigi, dei funerali di Stato – giustamente respinta dalla famiglia perché offensiva – fu l’emblema dell’atteggiamento ambiguo della sinistra. Era lui, ammettiamolo, il principale destinatario della rivendicazione di una supposta diversità morale fatta da Enrico Berlinguer. Questo argomento, al di là della volontà dello stesso segretario del PCI, accompagnò Craxi fin nella tomba e lo rese il più esposto tra i leader politici attenzionati dalla giustizia con Mani Pulite.

Ma Bettino Craxi è stato anche uno dei pochi leader dal Dopoguerra ad avere una visione di lungo periodo, a capire che la democrazia italiana era malata di immobilismo e di mancanza di ricambio della classe dirigente. Pur considerato un emblema della Prima repubblica, in realtà ne vide in largo anticipo la fine provando a porre un rimedio. Fece un appassionato tentativo di superare la democrazia bloccata, di modernizzare le istituzioni, di spezzare la logica perversa del compromesso storico, di creare una sinistra moderna lontana dall’ideologia comunista. Fu un leader vero, lo dimostra la sua politica estera. Per la prima volta dal 1948, col segretario socialista a Palazzo Chigi, l’Italia ebbe una sua politica estera, alleata senza esitazioni con l’occidente, ma attenta ai nostri interessi nazionali e capace di cogliere quello che stava accadendo nel mondo. Non si fece trasportare dagli eventi, non ebbe un ruolo da gregario degli Stati Uniti in un mondo ancora diviso in due blocchi. Non lo dimostra soltanto Sigonella, ma le sue analisi su Mediterraneo, Europa e Medio Oriente, ancora attualissime, o la capacità di interpretare modernamente il rapporto con la Chiesa, con la sigla del nuovo concordato.