Il diritto ha, come sua dorsale strutturale, il compito di impedire, regolare o porre fine al conflitto che, per qualsivoglia dottrina antropologica realista, resta il connotato più universale dell’essere uomo. Anzi, si potrebbe dire che, nell’universo di regole, entro cui e attraverso cui l’uomo organizza e ordina la vita (non c’è vita senza regole), il diritto è il più specializzato plesso di regole determinate al fine dell’ordine sociale come elusione e/o contenimento del conflitto e dell’uso della violenza per la sua risoluzione. Dunque, il diritto è un regolatore di relazioni sia orizzontali, tra pari, sia verticali, tra singoli e poteri legittimi. Il diritto, pertanto, può anche essere considerato un sistema ad alta diffusione di governo della vita sociale – se togliamo al termine governo sia il significato moderno di attività del potere esecutivo sia quello più antico di guida unitaria della comunità politica.

Vita sociale, dicevo; e la vita terrena (di cui la sociale è un aspetto saliente) ha un suo connotato ineludibile: la temporalità. Dunque, anche il diritto, in quanto connesso con la vita della società e nella società, non può non avere a che fare con il tempo sia per difendersene, mettendo alcune sue prestazioni al riparo dal tempo (le costituzioni, le leggi, le sentenze passate in giudicato, per esempio) sia per giovarsene delegando al trascorrere del tempo un peso giuridico orientato a collaborare a quel valore, di non facile realizzazione, che va sotto l’etichetta ‘certezza del diritto’. Valore di non semplice effettuazione, che va dalla univocità del dettato normativo (per molti giuristi problematica) alla sicurezza dei rapporti e delle situazioni dei consociati.

Dall’antico diritto romano fino a noi, perciò, al trascorrere del tempo il diritto riconosce un valore acquisitivo o estintivo, di cui gli esempi più significativi sono l’usucapione e la prescrizione (anche l’amnistia, nel suo ‘negare la memoria’, ha una remota relazione al tempo), nonché la decadenza che, diversamente dalla prescrizione, per realizzarsi ha bisogno di precise ‘condizioni’ da porre in essere o lasciar verificare in un determinato tempo “a pena di decadenza”.

Dunque la prescrizione è un istituto giuridico di antichissima origine, e, pertanto, in questo senso, elemento non trascurabile di “civiltà giuridica”, sia a livello di diritto civile sia a livello di diritto pubblico e, dunque, penale. Nel diritto penale continentale l’istituto è presente in modi diversi nei diversi ordinamenti, in generale, però, l’inizio del processo ne sospende la decorrenza che riparte da zero in vista di ogni ulteriore tappa dell’itinerario processuale. Nel diritto penale anglosassone, anche per la diversa posizione della ‘pubblica accusa’ (potere esecutivo o elettivo, legittimato a scegliere i reati da perseguire), una volta iniziato il processo, che ha tempi rapidi, gestiti soprattutto dall’ ‘accusa’ (che dalla rapidità ricava spendibili titoli di merito), non può esserci più prescrizione. Che cosa milita a favore della prescrizione?

Soprattutto la ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.) che è una indicazione di principio di non facile interpretazione e applicazione. Molti dei nostri padri costituenti avevano dimestichezza con i classici; e molti, nell’uscire da una dittatura, probabilmente s’erano andati a rileggere le pagine che Montesquieu dedica, nell’articolazione costituzionalistica del potere politico, al potere dei giudici come il più terribile dei poteri, perché ha la diretta disponibilità della vita e dell’onore del cittadino. Ed egli metteva in guardia il buon legislatore soprattutto dal desiderio del processo troppo breve, che considerava tipico del dispotismo (e fu, poi, tipico delle dittature) perché incurante delle garanzie di cui ha diritto l’imputato. Dunque ‘ragionevole’ non significa affatto breve, significa capace di assicurare il tempo necessario per mettere in opera tutte le garanzie che l’ordinamento mette a disposizione dell’imputato per poter accertare se sia colpevole o innocente (prima della sentenza, infatti, è solo imputato: né colpevole, né innocente).

Meno urgente sembrava a Montesquieu il problema della lunghezza del processo che affligge, invece, il nostro ordinamento; e che, a giudizio largamente diffuso, supera ogni ragionevole durata. Se dunque le garanzie sono il farmaco contro la patologia dell’estrema brevità imposta dal despota al giudice, la prescrizione è il farmaco per la patologia della lunga, indefinita durata dei processi dovuta alle disfunzioni dell’amministrazione della giustizia. Disfunzioni correggibili solo con una (sempre più necessaria) seria e articolata riforma di detta amministrazione, che non può essere assolutamente compensata da una semplice abolizione della prescrizione come rimedio esaustivo; considerandola, cioè, una correzione essenziale al “cattivo funzionamento della giustizia”, mentre, per sua natura, resta solo accessoria.