Il punto è rilevante, anzi intrigante, e sta in questa domanda: l’emendamento proposto da M5S e PD al decreto Milleproroghe, che tanto sta facendo discutere, attua la sentenza della Corte Costituzionale n. 4 del 2020? La attua in parte? La elude? È addirittura in contrasto con essa? Questione rilevante perché pone l’avvincente tema del rapporto tra politica e diritto, tra politica e mondo giudiziario, tra politica e sentenze. Questione anche intrigante, perché è soprattutto nel PD, com’è noto, che si ergono da sempre i difensori della Legge, dei Giudici e delle Sentenze (il mantra sacerdotale ripetuto con cipiglio sprezzante è, di solito, “le Sentenze vanno rispettate”). Cosa comune anche al M5S, tutto sommato, e forse anche a DEMA (che si compiace però di un certo anarchismo, incarnato magnificamente dal sindaco attuale).

In questi giorni ho letto che l’emendamento grida vendetta, che è un modo per salvare l’amministrazione de Magistris, che è il frutto del patto Pd – Dema attorno a Ruotolo. Cose che, confesso, mi appassionano poco. Mi appassiona invece comprendere in che rapporto si pone il legislatore nazionale, che si appresta ad approvare un articolo di legge, dichiaratamente rivolto ad attuare una sentenza della Corte Costituzionale, con una sentenza di questa stessa Corte. Mi avvince comprendere se quel legislatore stia prendendo per i fondelli cittadini e Corte, o se si muova all’interno di un perimetro legittimo di discrezionalità politica. E allora, occorre subito ribadire che la Corte non ha affatto imposto al Comune di dichiarare il dissesto, ha semplicemente dichiarato incostituzionali alcune leggi statali: da questo consegue l’obbligo per il Comune di Napoli, e per molti altri Comuni italiani, di verificare l’impatto della posizione della Corte sul proprio bilancio. Se il disavanzo (non i debiti) conseguente assume certe dimensioni – e parrebbe il caso della nostra città -, la strada della dichiarazione di dissesto sarebbe l’unica.

Qui interviene il legislatore che intende attutire l’effetto subitaneo e gravissimo di quella sentenza, abilitando i comuni a “gestire” il peso di quel disavanzo, distribuendolo in molti anni di esercizio (per Napoli, una ventina), anziché concentrandolo tutto e subito nell’esercizio dell’anno 2020 (con conseguente dissesto). Si tratta di una scelta rientrante nella piena discrezionalità del legislatore, che cerca una soluzione di buon senso, dopo aver adottato leggi statali incostituzionali sulla base delle quali il Comune di Napoli ha “costruito” bilanci errati, coprendo il disavanzo.
Rispondiamo quindi alla questione iniziale: il legislatore attua la sentenza della Corte, perché esercita quel margine di scelta politica che gli spetta, e che la Corte ha lasciato, naturalmente, vuoto e nelle mani del Parlamento. Ma la risposta non è esauriente. Perché?