Che non si dica in futuro che non ci stupimmo. O che non vedemmo qualche cenno di incoerenza. Proprio come avremmo fatto tempo fa, quando alzate di scudi e cori d’indignazione ed editoriali al fulmicotone non si sono risparmiati. Fosse successo qualche anno addietro – magari con un politico di destra o del Movimento 5 Stelle – voci e penne dei cani da guardia della democrazia si sarebbero scagliati senza esclusione di colpi. E invece niente. In questo caso la morale è un’altra. Il candidato è di quelli che “non si lega”; e quindi anti-Salvini, anti-fascista, anti-razzismo, anti-camorra. Nessun problema fin qui. Anzi. La faccenda però cambia se lo stesso candidato diventa anche anti-contraddittorio. Sandro Ruotolo, scelto da una larghissima alleanza (con Pd e Dema tra gli altri) per le elezioni suppletive del Senato del Collegio Campania 07 di domenica 23 dicembre, ha disertato, uno dopo l’altro, tutti i dibattitti con gli altri competitor del voto ormai imminente. Sconcertante, considerando da dove viene Ruotolo: dal giornalismo sul campo; quello che consuma le suole delle scarpe; quello che indaga nel torbido della società; quello delle domande scomode. Ma tant’è, ormai è certo che non vedremo l’uomo che vuole «unire il centrosinistra» entrare nell’arena dialettica contro i suoi avversari.

C’era una poltrona vuota, ieri, nella redazione del Mattino di Napoli, che il capo-cronista Pietro Perone ha immediatamente fatto notare nella diretta del dibattito tra i candidati. Nello studio sedevano Luigi Napolitano del M5S, Riccardo Guarino di Rinascimento partenopeo, Giuseppe Aragno di Potere al Popolo e Salvatore Guangi del centrodestra. E in fondo, libero, il posto che sarebbe dovuto essere di Ruotolo. «Non condividiamo – ha osservato Perone – questa scelta ovviamente, e non ce la spieghiamo perché di un candidato che fino a qualche anno fa faceva il giornalista sul campo». Un dibattito doveva avere luogo anche nella redazione de La Repubblica Napoli. Ma in quel caso, a tirarsi indietro, sono stati gli altri candidati, una volta visto Ruotolo intervistato singolarmente dallo stesso giornale. «Non abbiamo intenzione di partecipare a un confronto politico – hanno scritto i quattro in una nota – che non vedrà tutti i candidati presenti, soprattutto quando all’unico candidato che ha declinato il confronto democratico viene concesso uno spazio esclusivo di più di mezz’ora». Repubblica ha spiegato che la scelta di intervistare ognuno singolarmente era stata precedentemente comunicata. E che la responsabilità di far saltare lo scontro ricadeva allora sugli stessi candidati. Sul “NO” di Ruotolo, però, su quello non c’erano dubbi.

Ma perché? Perché Ruotolo è diventato il candidato che fa “no no no” al dibattito? «Me lo hanno chiesto tutte le testate – ha detto a Repubblica – non potevo sottrarre tanto tempo ai cittadini, tra i quali intendo stare il più possibile». E poi: «Ciascuno deve attaccare l’altro e difendere il proprio campo. Io non credo a questa politica. Quindi mi confronto con i giornalisti, su ogni domanda, ma non mi piace e penso non faccia bene il pollaio». Nessun pollaio, invece, dev’esserci stato il 14 febbraio, quando a porre «20 domande per Sandro Ruotolo» sono stati Franco Roberti, Antonio Viscomi e Paolo Siani. Il primo europarlamentare del Pd, il secondo e il terzo deputati dello stesso partito. Un rocambolesco scambio delle parti, insomma, dove a rispondere era il giornalista e a intervistare erano i politici. Peraltro tutti della stessa parrocchia.

Un’altra spiegazione sull’allergia del candidato al contraddittorio l’ha data Aragno, in corsa per Potere al Popolo, che a Ruotolo ha indirizzato una nota. «Il problema – ha scritto – non è che non vuoi ma che non puoi confrontarti». Per Aragno, sul Memorandum Italia-Libia, su quota 100, sul Reddito di Cittadinanza, il Jobs Act, i decreti sicurezza e le crisi industriali «non avresti potuto rispondere perché i tuoi la pensano in maniera opposta». E poi l’affondo: «L’unico obiettivo dichiarato e su cui siete tutti concordi è non far vincere la destra e per questo sei disposto a rinunciare ai contenuti. Il problema, caro Sandro, è che la destra vince proprio quando si abiura alle idee, ai programmi e ai sogni». Touché.

Eppure, non troppi anni fa, a essere furiosamente (e giustamente) criticato dalla sinistra per la refrattarietà ai confronti era Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia evitava (quando possibile) i faccia a faccia, nicchiava alle domande e al massimo telefonava in diretta quando qualcosa non gli andava a genio. A In mezz’ora, la trasmissione di Lucia Annunziata, abbandonò lo studio a intervista in corso. Era il 2009. Anche se poi, nel 2013, il Cavaliere andò a Servizio Pubblico – trasmissione di La7 di Michele Santoro, sodale per anni proprio di Ruotolo – entrando nella gabbia del leone. Quella puntata sfiorò i nove milioni di telespettatori. E divenne un cult del piccolo schermo il momento in cui Berlusconi pulì la sedia dell’oggi direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Poi arrivarono i 5 Stelle, inizialmente contrari a qualsiasi tipo di ospitata o confronto televisivo. Nemmeno a loro vennero risparmiate stilettate in nome della democrazia. Ma questa è un’altra storia. La morale è un’altra e il dibattito un pollaio. E va bene che la televisione dovrebbe essere liberata dal mucchio selvaggio dei talk, dalle urla sovrapposte e dagli applausi telecomandati. Ma certo non ci si aspettava, da un giornalista di razza, tale latitanza dal contraddittorio.