“Non condivido la politica delle “bomboniere”. Di quelle azioni condotte per creare grande impatto e che poi non si capisce quanto ci sia di effettivamente virtuoso. Preferisco azioni più costanti, che non vanno sui giornali e che collaborano con gli enti locali. Anche perché il vero problema delle periferie è la fruizione dei servizi». Giovanni Laino è impegnato da 40 anni dell’Associazione Quartieri Spagnoli Onlus. E nei Quartieri Spagnoli ci vive. Una condizione essenziale, dice, per capire e proporre azioni concrete a favore del territorio. Laino è professore di tecnica e pianificazione urbanistica della Federico II di Napoli. Ha coordinato il V Rapporto sulle città di Urban@it (centro nazionale di studi sulle politiche urbane promosso da 15 atenei), pubblicato da Il Mulino, che propone un decalogo per le periferie 2020-2030.

Quale proposta fa il rapporto Urban@it?
Una proposta molto concreta. Ci vogliono delle agenzie sociali strutturate che superano la logica del “progettificio”, della rete dispersa, della pluralità. Di nuovo c’è che lo Stato, anziché avviare l’ennesimo programma di finanziamento a progetto, fa un’indagine condivisa e individua le agenzie più consolidate, le associazioni, i dirigenti comunali. Attori che potrebbero stabilire delle linee guida e un programma di galvanizzazione del territorio soprattutto nei servizi immateriali, quali le strategie per la dispersione scolastica, i neet e le mamme in difficoltà.

Come vanno gestite le risorse?
Si deve essere attenti ai risultati, come dice anche Fabrizio Barca, fare un monitoraggio costante e preciso per capire che fine fanno le risorse.

Da dove si potrebbe avviare questo piano?
Si potrebbe innestarlo nel Piano per il Sud o in una politica nazionale. E cominciare da un progetto sperimentale di cinque anni in 50 posti, tre o quattro per area metropolitana che coinvolga in un clima di sussidiarietà il terzo settore, gli enti locali, i comuni. Chiamare dunque le agenzie più specializzate e una nuova leva di esperti di social planning. Creare così dei gruppi misti, di pubblico e privato, con un programma comune. Un’altra azione potrebbe partire dai ministeri per avere a disposizione esperti di policy design e progettazione sociale indicati dalle università. Fondamentale è però dare dignità al lavoro sociale. Non si può continuare con un paio di volontari e qualche educatore pagato 700 euro al mese.

La vostra proposta è stata ascoltata?
Presenteremo il piano in Senato. Abbiamo parlato con il ministero per il Sud ma non abbiamo ancora avuto riscontri. Urban@it è una rete di università che si prefigge uno slancio di responsabilità socia-le al servizio del policy design. Non con consigli astratti, teorici, ma pratici. Pensiamo che questa sia una doverosa missione dell’università. Poi non possiamo certo richiamare l’attenzione delle istituzioni come le Pussy Riot.

Il Riformista ha analizzato uno studio di tre economisti che fa emergere come la città, comparata con altre metropoli italiane, sia una sorta di capitale delle disuguaglianze. Cosa ne pensa?
Sicuramente interessanti sono i dati che rivelano la maggiore disuguaglianza tra quartieri rispetto alle altre città. Qui si è abituati a pensare a una compresenza tra le classi sociali, anche perché i borghi centrali sono occupati potentemente da ceti popolari, e sempre più da quelli di origine immigrata. Di certo è una città complessivamente costipata, affollata per gli standard europei. E quindi abituata alle pratiche che potremmo dire informali nello spazio pubblico e nelle relazioni. Questa presenza massiccia di informalità confonde il panorama e dà adito a quadri pittoreschi.

Da cosa dipende questa informalità?
A Napoli c’è, non proprio un’assenza, ma un maggior arretramento nello Stato. Questa tendenza lascia spazio ad altre forme di interazione sociale che regolano i rapporti e la vita quotidiana. Così, in alcuni casi, c’è una sorta di delega di pratiche alle reti sociali se non proprio all’anti-stato. Dobbiamo quindi superare, in quartieri come Scampia, il lotto zero di Ponticelli, il Parco Verde di Caivano e altri posti simili, l’equivoco tra la sicurezza sociale, opportunità e diritti, con la sicurezza intesa in termini di incolumità.

Cosa pensa della scelta delle Sardine di portare a Scampia i loro eventi?
Non sono sicuro che sarà lo stesso movimento visto al Nord. Al fl ash mob in Piazza Dante ho visto molte facce conosciute, miei coetanei, non giovani. Ma dopo, a Piazza Bellini, c’erano molti più ragazzi. Sta di fatto che Scampia ha assunto da circa 30 anni il ruolo del mostro urbano. Ma non ci vive solo un sottoproletariato marginale, abbandonato nelle Vele o nei campi rom; c’è anche un ceto medio che vive bene come si può vivere bene in una periferia del Sud. Le poverty map oggi sono molto più frantumate e non dicono che Scampia è l’area più sofferente.

Come si supera la banalizzazione delle rappresentazioni?
Stando nei posti. È una pre-condizione essenziale per conoscere e capire le facce della sofferenza, della scaltrezza, dell’illegalità. La rigenerazione urbana si fa con soggetti intermedi che stanno nei posti e generano enzimi di sviluppo. Questo ho capito in 40anni nell’Associazione Quartieri Spagnoli. Così come ho capito che alle azioni d’impatto, a quelle che io chiamo le “bomboniere”, peraltro molto individualistiche, preferisco un lavoro più sobrio, costante, con le istituzioni. Perché il vero problema dei quartieri popolari sono i servizi.