Scendere giù. Sottacqua. Sempre più in profondità. Sentire il proprio corpo cambiare, le sue reazioni, le sue forme di adattamento. Appartenere per un po’ all’acqua più che alla terra e trasformarsi in una specie di essere marino. Se lo sarà chiesto, Umberto Pelizzari, durante la sua lunga carriera da apneista se effettivamente non appartenesse più al mare che alla terra. È diventato l’uomo dei record. Praticamente innumerevoli. Le sue specialità erano l’immersione in assetto costante, quella in assetto variabile, quella in assetto variabile assoluto “No Limits”. È stato anche il primo ad andare sotto i 150 metri. Era il 24 ottobre 1999. Scese in assetto variabile No Limits per 2’ e 57”. Un limite nemmeno contemplato dalla scienza. Un record per l’essere umano più che per lo sport.

E pensare che iniziò a immergersi per nascondersi dalla sua istruttrice di nuoto. L’ultimo primato di Pelizzari è arrivato a Capri, nel 2001, alla sua gara di congedo dalle competizioni sportive. E in quei paraggi torna domenica 19 gennaio. A Sorrento, ospite dell’Ulysse Wellness dove terrà un allenamento indoor di pesca subacquea.

Da queste parti ha chiuso la sua carriera e stabilito il suo ultimo record. Che legame ha con questo territorio? «Sono molto affezionato a queste zone. Qui è particolarmente forte la passione per il mare. In Campania c’è una tradizione importante per quello che riguarda le discipline legate all’acqua. A Sorrento vennero anche Enzo Maiorca e Jacques Mayol per provare a centrare il record mondiale. Fu sempre qui che la RAI, nel 1974, fece la prima diretta per un’immersione, sempre di Maiorca. E poi a Capri, nel 2001, ho fatto il mio ultimo record».

È il suo preferito?
«Difficile sceglierne uno. Dietro ogni prestazione ci sono sempre stati mesi e mesi di allenamenti e sacrifici. Quello di Capri fu sicuramente uno dei più significativi. Come quello dei 150 metri. Era considerato praticamente un muro, un limite che secondo la medicina non poteva essere toccato dall’uomo, e invece. Quello probabilmente più importante, che mi ha permesso di entrare in questo mondo, è stato però il primo. Era il 1990, eravamo a Porto Azzurro, sull’isola d’Elba. Stabilii il nuovo record mondiale di immersione in apnea in assetto costante. Nessuno scommetteva una lira su di me. L’uomo da battere era Pipin Ferreras. Era imbattuto da quattro anni in tutte le specialità. Arrivava da Cuba e si diceva che avesse imparato ad andare sottacqua prima ancora di camminare. Io invece venivo da Busto Arsizio».

Quello fu l’inizio di una lunga rivalità. Quanto conta, per migliorarsi sempre di più, avere un avversario con il quale misurarsi?
«È uno stimolo importante. Soprattutto se hai rispetto per l’avversario in questione. Io e Pipin Ferreras ci siamo anche dati addosso, la stampa ci metteva contro. Ma alla fine per me ha rappresentato il campione formidabile che mi ha motivato ogni volta a tener duro, a resistere, a non mollare. A volte, quando mi allenavo, non avevo voglia di soffrire, di sacrificarmi. Poi pensavo a lui, dall’altra parte dell’oceano, che si preparava per andare più sotto di me. E a quel punto veniva fuori l’energia, la voglia di sacrificarsi».

Uno studio ha scoperto che anche l’uomo di Neanderthal riusciva a immergersi per qualche metro. Dove nasce per lei la voglia di superare i propri limiti?
«La ricerca del miglioramento e la voglia di spostare i limiti sempre più in là fanno parte dell’essere umano. Milioni di anni fa ci muovevamo sugli alberi perché da lì riuscivamo a a proteggerci dai pericoli che altrimenti avremmo incontrato sulla terra. Se non fossimo stati spinti da questo istinto evolutivo probabilmente saremmo ancora lì a muoverci da una liana all’altra. Che tu ti immerga in profondità, in mezzo ai deserti, che tu ti stia lanciando da un aereo, ogni sogno è mosso dalla passione ed è immaginato, pensato e poi costruito con il lavoro e il sacrifi cio. L’uomo sogna e questo ha mosso da sempre la civiltà umana da quando esiste».

La pesca subacquea è la parte più avventurosa dell’immersione?
«È sempre un’avventura andare sottacqua. Ogni tuffo è diverso da un altro. Ma prendere un pesce è una soddisfazione in più. Non ci sono molte cose più piacevoli di guadagnarselo e mangiarlo con gli amici o in famiglia».