Il patto con de Magistris è esploso come una bomba tra le fila del Pd. E il presidente Mancuso, partito per menare, è tornato a casa con la testa fasciata. Per “lealtà” nei confronti di de Magistris e per rispetto del patto elettorale che ha portato alla candidatura di Sandro Ruotolo, Mancuso aveva deciso di sfidare perfino la Corte Costituzionale. Se la Consulta ha infatti bocciato la legge che ha permesso a comuni come Napoli di utilizzare per la spesa corrente i fondi destinati al ripiano del debito; e se così facendo la stessa Corte ha sollecitato il legislatore a correre ai ripari, e i diretti responsabili a mettere subito i conti a posto, per il presidente del Pd le cose potevano benissimo rimanere come sono. I conti di Napoli sono sballati? Non importa. Nessuno si azzardi a muovere un dito, almeno per un altro anno, perché la città ne soffrirebbe. Davvero – si è chiesto l’ex magistrato – c’è chi vuole mettere in ginocchio Napoli? Nella furia lealista, a Mancuso era sfuggito che la città è già in ginocchio, cioè senza servizi degli di questo nome, e che lo è proprio perché il sindaco si è sempre rifiutato di gestire correttamente il bilancio.

Tutto ciò a dimostrazione del fatto che in certi ambienti devoti al politicamente corretto, gli appelli contro le generazioni che vivono sulle spalle di quelle future piacciono solo quando a lanciarli sono gli adolescenti come Greta Thunberg o i ragazzi delle Sardine; mentre possono restare disattesi quando a porli all’attenzione dell’opinione pubblica è la Corte Costituzionale. Che la sfida istituzionale lanciata dal Pd fosse vera e grave lo ha confermato la rilettura di quanto aveva precedentemente detto un’altra voce sollevatasi dallo stesso Pd napoletano, quella di Francesco Marone, giovane ma valente costituzionalista, di recente chiamato a ruoli dirigenti. Proprio commentando la crisi finanziaria del Comune di Napoli e prima che sull’argomento intervenisse il presidente del Pd, Marone aveva messo in guardia dall’andare “platealmente contro il dictum del Giudice costituzionale”. Proprio così, con tanto di latino e maiuscola a sollecitare rispetto reverenziale. Macché. Mancuso è andato diritto per la sua strada.

Il lato grottesco della vicenda, però, deve ancora venire. ”So – aveva scritto Marone – cosa vanno dicendo i benpensanti. Dicono che il dissesto blocca la spesa e, quindi, che va evitato ad ogni costo. Questo è vero, ma la spesa è bloccata comunque e dichiarare formalmente il dissesto aprirebbe almeno un processo di risanamento. Viceversa, se la soluzione è quella prospettata, questa servirà solo a prendere tempo. E addio leale collaborazione tra poteri dello Stato. Così il costituzionalista. Mentre le argomentazioni dei “benpensanti” sono appunto quelle di Mancuso.

Dilaniato al suo interno, il Pd, alla fine, ha deciso di tirare un colpo al cerchio e uno alla botte: un documento molto lungo e molto dettagliato sul “salva Dema” in discussione in Parlamento; un documento che sembra scritto da un commercialista più che da un organismo politico. Il cui senso è: vedremo, faremo, chiederemo, emenderemo. Il paradosso finale è invece questo: anziché chiedere il commissariamento di de Magistris, il Pd, sballottolato e confuso, è riuscito a commissariare il proprio presidente neonominato. Nessun danno, tanto per inciso, in casa de Magistris