La notizia ha fatto il giro del web, delle redazioni e delle diocesi in poche ore. Il 24 maggio il Papa verrà in “terra dei fuochi”. Francesco, infatti, ha accolto l’invito rivoltogli da monsignor Antonio Di Donna, vescovo di Acerra, una delle cittadine più martoriate dall’inquinamento ambientale. Il rapporto del Papa con la “terra dei fuochi” non inizia però soltanto adesso. Pochi anni fa, più di 80.000 cartoline, sulle quali erano ritratte alcune giovani mamme con in braccio la foto del figlioletto morto di cancro, gli pervennero in Vaticano. Un grido di aiuto che il nostro popolo rivolgeva al Papa.

Il 14 maggio del 2014, ancora una volta, mi ritrovavo a capo di un folto gruppo di più di mille persone in piazza San Pietro. In quell’occasione Francesco, dopo averci salutato, ci rivolse queste parole: «Il rispetto e la dignità della persona umana e il diritto alla salute viene prima di ogni altro interesse». L’anno dopo il Santo Padre, faceva dono al mondo dell’enciclica Laudato Si’, sulla cura del Creato. Enciclica – come ebbe modo di confessare – che gli fu ispirata prorio dal dramma della “terra dei fuochi”. Adesso viene ad ascoltare con le proprie orecchie, vedere con i propri occhi lo scempio che si è verificato in questo lembo di terra a cavallo tra Napoli e Caserta in questi anni.

È proprio una storia brutta e noiosa, quella della “munnezza” in Campania. Una storia che in questi anni ha visto impegnate migliaia di persone per bene che, a costo zero per le casse dello Stato, hanno dato prova di un amore senza limiti per la loro terra e il loro popolo. Parlo dei volontari che hanno saputo accendere i riflettori su un dramma noto a tutti, ma che da tanti veniva artatamente ridimensionato se non addirittura negato. Erano gli anni in cui Napoli e provincia si trovavano in un perenne stato di emergenza rifiuti. La munnezza era dappertutto. Di chi la colpa? Evidentemente di chi per quel compito viene scelto, pagato e osannato. Non viviamo nella giungla, ma in un Paese che, con tutti i suoi difetti, è un Paese civile e democratico.

Immondizie, dunque. Ma di che tipo? La gente naturalmente pensa agli scarti urbani, alle bucce di banane, ai gusci d’ uova, alle cartacce. Ma perché mai restavano accontonate ai bordi delle strade e lungo i marciapiedi? Perché venivano bruciate nelle campagne? Semplice, ripetevano i responsabili, è per l’inciviltà dei cittadini. Ora, pur riconoscendo la nostra atavica pigrizia, le cose non stavano così. Il problema vero, infatti, non erano le immondizie urbane ma i rifiuti speciali, industriali, l’amianto, i rifiuti ospedalieri. Scarti che arrivavano in Campania anche dal Nord e centro Italia. Ma per quale motivo questi ricchi e invidiati industriali venivano a smalin Campania? Solo per risparmiare milioni di euro sullo smaltimento. E qui entrava in ballo la stupida, cocciuta, sanguinaria camorra nostrana che con quei signori ha fatto affari. Ma entravano in ballo anche le tante, tantissime piccole e medio aziende campane di scarpe, borse, abbigliamento che lavorano in nero. Operai fantasmi, prodotti ottimi da esportare altrove, evasione fiscale, scarti da smaltire illegalmente. E come? Ecco, siamo giunti all’origine dei famigerati e spaventosi roghi tossici.