Come si vede, siamo di fronte a due visioni dell’industria che, almeno in prima battuta, risultano contrapposte. Per il parroco di Caivano, infatti, il problema fondamentale nella Terra dei Fuochi è provocato dall’industria, la quale produce rifiuti tossici ma non intende farsi carico del loro costoso smaltimento legale e perciò poi li affida alla camorra che, lucrandoci pesantemente, inquina senza scrupoli il territorio. Per l’imprenditrice Brancaccio, è viceversa proprio l’industria che, “riconosciuto lo scempio del passato”, si sta impegnando per aiutare quel territorio a rinascere: a patto, però, di non essere più guardata a priori con diffidenza e più o meno demonizzata.

Forse, a guardar bene le cose, le due posizioni riusciranno anche ad accordarsi: in fondo, per entrambi, colpevole non è l’industria in quanto tale, ma i rifiuti industriali, sversati illegalmente, senza preoccuparsi della loro tossicità. In realtà, c’è una cosa fondamentale che unisce i due fronti ed è il fatto che entrambi chiedono proprio a Papa Bergoglio – e solo a Papa Bergoglio – una parola di speranza. Qui il Pontefice non è chiamato in causa come capo religioso ma come autorità morale super partes, capace di ascoltare il grido di dolore dell’immensa periferia a nord di Napoli che, dopo decenni di denunce, promesse e chiacchiere, continua a versare nel medesimo stato di disagio. Più che risolta, la questione dei rifiuti – lo “scempio del passato” di cui parla Brancaccio – è stata da tutti semplicemente rimossa.

Il fastidio imbarazzato e talvolta stizzito con cui ne parlano – o, per meglio dire, evitano di parlarne – le autorità politiche e istituzionali (quelle stesse che pochi anni fa preannunciavano, promettevano o garantivano interventi risolutivi), è pari soltanto al disagio di quanti subiscono l’inquinamento ambientale e cercano di opporvisi tra mille difficoltà e diffidenze. Le pseudo eco-balle di Villa Literno (che già nel nome sono un imbroglio, poiché non hanno nulla di ecologico) sono rimaste dov’erano e puzzano più che mai. Neanche la nomina e la conferma d’un ministro del Movimento Cinque Stelle, come Sergio Costa, in teoria sensibile a questi temi, è servita a cambiare le cose. Nel territorio a nord di Napoli, con tutti i suoi enormi problemi la cui sola comunicazione crea imbarazzo, la Chiesa è l’unica istanza capace di mantenere alta l’attenzione, con le sue denunce ma soprattutto con la sua capacità di ascolto d’un malessere diffuso che sembra ormai quasi senza speranza. Tutti hanno perso la faccia. Forse solo la Chiesa appare credibile.

Proprio ieri, annunciando un incontro sul Mediterraneo che si terrà prossimamente a Bari, e al quale parteciperà lo stesso Papa, il capo dei vescovi italiani ha dichiarato che Francesco vuole discorsi concreti, non generiche lamentele o “discorsi campati in aria”. Raccogliendo l’invito del Papa, restiamo sul piano della concretezza. L’inceneritore di Acerra, per quanto paradossale ciò possa apparire dopo anni di retorica più o meno ambientalistica, è di fatto l’unica cosa che funziona per smaltire legalmente i rifiuti. Ce ne accorgiamo quando si blocca in tutto o in parte per manutenzione o per disfunzioni varie. Allora le strade del napoletano diventano discariche a cielo aperto. Tutto il resto – raccolta differenziata, velleitari progetti di rifiuti zero e via elencando – sono chiacchiere o, come dice il Papa, “discorsi campati in aria”. Certo, il termovalorizzatore non basta e una parte dei nostri rifiuti viene spedita all’estero (e va ad inquinare qualcun altro: e questo è un altro problema). E allora, perché non chiedere al Papa di andare a benedire l’unico impianto che nella nostra regione tratta legalmente i rifiuti? Se anche qualcuno finisse con lo storcere il naso in nome d’una malcelata diffidenza anti-industriale, siamo sicuri che le maestranze che lì eroicamente lavorano gliene sarebbero più che grate, e – diciamo la verità – se lo meriterebbero.