“Prima l’Inter, poi anche il Barcellona, ma per questo Napoli, per l’ultima versione della squadra azzurra, non ci sono limiti”. Ottavio Bianchi è soprattutto il tecnico del primo, storico, scudetto del Napoli, 33 anni fa, ma anche della Coppa Italia conquistata nella stessa stagione vincendo tutte le partite, fino alla finale con l’Atalanta: “Tredici partite vinte su tredici, tra fase a gironi e sfide andata e ritorno, senza contare che allora la Coppa Italia era considerata, ancora più di ora, un trofeo importantissimo. Una grande soddisfazione. Ma la squadra di Rino Gattuso mi pare in un ottimo momento di forma. Ma occhio all’Inter, con Antonio Conte ha bruciato le tappe, è corsa su tre fronti ed è già pronta per vincere”.

Mister, domani sera al San Paolo si dovrebbe giocare a porte aperte. Lei è d’accordo?
“La situazione italiana per la diffusione del Coronavirus è davvero anomala e grave. Si tratta di un evento epocale, non ricordo un periodo del genere, con tale incertezza. E in un contesto così particolare, con cambiamenti che si verificano all’ordine del giorno, il calcio dovrebbe fare un passo indietro seguendo le decisioni delle istituzioni preposte a farlo che, a loro volta, devono essere credibili. Decisioni nette e tutto va in secondo piano. Certo, lo so, sono stato calciatore e allenatore, gli atleti si preparano una settimana e sono pagati profumatamente per esibirsi davanti al pubblico, ma se non si possono rinviare le partite per il calendario molto fitto, considerando gli Europei… Si va in campo rispettando le decisioni, punto. E dico no agli arroganti, agli interessi di bottega di qualche dirigente che è interessato solo al club che rappresenta. Sono stati tollerati a lungo, per troppo tempo. Non è più il momento”.

La Premier League è pronta a giocare a porte chiuse, con molti meno casi di Coronavirus rispetto all’Italia. Perché il calcio di casa nostra si considera sempre al di sopra degli interessi collettivi?
“È in atto una crisi dirigenziale senza precedenti. Diventano personaggi dei soggetti che non hanno le basi per esserlo e soprattutto vive lo stesso principio che anima la politica italiana per deputati e senatori che cambiano casacca a piacimento, ovvero il mantenimento dello status quo. Per conservare la cadrega, come si dice in Lombardia, sono disposti a tutto. E il calcio si sta perdendo. La stampa contribuisce, è un appunto che devo fare, portando in cielo alcuni personaggi. Poi davvero non capisco il trend attuale secondo cui tutti sono divenuti personaggi, complici i social media che fanno da detonatore, capisco i calciatori ma poi allenatori, dirigenti perché ottengono tutta questa attenzione mediatica? Una volta non era così e dire che c’erano dirigenti di spessore”.

Napoli-Inter è anche la sua partita, ha diretto i nerazzurri mentre in azzurro c’è stato da calciatore e tecnico.
“Una grande emozione, giocare e allenare dalle vostre parti mi ha regalato sensazioni fantastiche, scariche continue di adrenalina. Sulla partita, sono convinto che il Napoli sia in un grande momento di forma, era partito in avvio di stagione per vincere il titolo, come detto anche da presidente e allenatore. L’inversione di tendenza mi ha assai sorpreso ed è un peccato non trovarsi in zona nella stagione in cui la Juventus non uccide il campionato. Infatti la Lazio può vincere lo scudetto ma anche l’Inter, ma ritengo gli azzurri più forti di queste due squadre. La finale è a un passo, traguardo notevole in una stagione così complicata”.

Con gli ultimi successi c’è la sensazione che la squadra e la tifoseria si siano riavvicinate, dopo l’autunno caldo e la crisi invernale.
“Il pubblico sarà determinante sulla parte finale della stagione, chi arriva a lavorare a Napoli deve davvero studiare, perché il club rappresenta tantissimo per la città, ha un valore sociale, unisce tutti, dagli intellettuali alle voci popolari. E mantenere l’equilibrio è complicato, a Napoli ho giocato con vari fuoriclasse, da Sivori ad Altafini, Zoff, Iuliano ma non si è vinto nulla, non c’era continuità, vincevi una partita ed eri portato in Paradiso. La mancanza di abitudine alla vittoria, comune ad altre piazze, porta oscillazioni, variabilità di umore nel tifo, il successo provoca la fame di altri successi”.

Come giudica il lavoro di Rino Gattuso?
“Non lo conosco personalmente ma noto la compattezza della squadra, la capacità di dominare il gioco sia giocando 15 metri più dietro, come contro le big, sia con un assetto più offensivo, mostrato contro il Torino. Attenzione, dominio del gioco, non effimero possesso di palla che una volta si chiamava melina. Il dominio si esercita anche con due passaggi in verticale che ti mandano in rete”.

Allungando lo sguardo al Camp Nou, il Napoli ha chances per passare il turno?
“Certo. E non sono poche. Il Barcellona che ho visto al San Paolo pareva un manipolo di dopolavoristi, con un ritmo di gioco assai basso e calciatori fuori forma. Il Napoli avrebbe meritato di più e può farcela, non si faccia impressionare dal Camp Nou, gli stadi non hanno mai battuto le squadre avversarie. Con un ritmo più sostenuto l’impresa è più che possibile”.

Neppure Messi è parso al top, nella casa di Diego.
“So già dove vuole arrivare, il difetto di voi giornalisti che tendete a fare classifiche senza tempo. Non è possibile, come paragonare i gruppi del rock ‘n roll degli anni Sessanta con quelli attuali. Ho avuto la fortuna e la sfortuna di giocare contro i migliori di sempre, marcando a uomo Pelè, Cruijff, Di Stefano, allenando Diego Maradona, che resta inarrivabile e ora ammirando Messi. Quando gioca il numero dieci del Barcellona mi piazzo davanti alla tv per gustarmi la partita e non accade con altri. Ma credo che ci siano una classe eletta di fuoriclasse, ognuno ha dominato la sua decade e sicuramente Messi si può accomodare a questo tavolo. Siamo fortunati a potercelo godere. Detto questo, se gioca come nella partita d’andata, sotto ritmo e lontano dalla palla, non potrà ottenere la qualificazione da solo”.