Il Piano Sud del governo Conte non è che l’ennesimo tentativo – già visto numerose volte in passato – di accelerare le procedure di spesa per investimenti finalizzati al superamento degli squilibri territoriali. Sorvoliamo qui sulla riformulazione delle priorità del piano concentrate nelle cosiddette “missioni”, che appaiono così ampie, onnicomprensive e fumose da consentire, come in altri casi, il finanziamento di ogni tipologia di intervento senza alcuna reale selezione. Ci concentriamo viceversa sulle proposte per incrementare la spesa nel prossimo triennio e nel decennio. In generale, il documento non formula interrogativi né propone soluzioni per elevare la qualità della spesa, per introdurre nuove procedure di programmazione, per una efficiente analisi dei fabbisogni infrastrutturali, né tanto meno discute e indica metodi e strumenti che assicurino una efficace selezione degli interventi da finanziare.

Il Piano, quindi, non affronta né risolve i principali nodi esistenti. Ma almeno garantisce una più rapida spesa? Si parte dalla constatazione della progressiva riduzione delle spese in conto capitale nel Mezzogiorno nell’ultimo decennio; da qui si propone di mobilitare nuove risorse reperite attraverso: l’applicazione della clausola che prevede la destinazione del 34 per cento delle risorse ordinarie in conto capitale al Mezzogiorno (attualmente nell’ordine del 20 per cento); l’aumento della capacità di spesa delle risorse straordinarie sia di fonte nazionale che di fonte comunitaria.
La destinazione del 34 per cento al Sud riguarderebbe sia le risorse già stanziate in esercizi passati e non ancora assegnate, sia le nuove risorse della legge di bilancio per il 2020-2022, consentendo così di raddoppiare quelle utilizzabili nel prossimo triennio (rispetto al periodo 2016-2018, stimate in 7,6 miliardi).

Per quanto riguarda l’aumento della capacità di spesa delle risorse straordinarie, sarebbe attribuibile alla introduzione di un unico piano operativo per ciascuna amministrazione, “con modalità unitarie di gestione e monitoraggio, in un’ottica di semplificazione procedurale e di migliore attuazione degli interventi”.L’incremento della spesa dei fondi strutturali è affidato a un analogo atto di “buona volontà”: i target prospettati non vengono infatti raggiunti con specifiche azioni e strumenti (indicati nel Piano con un rapporto di causa/effetto con la spesa), ma solo sulla base di dichiarazioni di principio. Su queste basi, non vi sono motivi per ritenere realistica una accelerazione della spesa. Senza alcuna sostanziale modifica nei meccanismi della programmazione nazionale ed europea non vi sono molte possibilità di raggiungere gli obiettivi. Né si può pensare che a un aumento delle risorse disponibili corrisponda automaticamente un aumento della spesa. Anzi, è probabile che dirottando parte degli stanziamenti verso le aree meridionale si ottenga una minore spesa (pagamenti) in conto capitale su base nazionale. E ciò a causa delle maggiori inefficienze nelle procedure programmatiche e realizzative nel Mezzogiorno.

L’errore è quello solito: attribuire una importanza decisiva al fattore risorse e non alla modifica di regole e procedure sbagliate che non garantiscono livelli adeguati né di quantità né di qualità della spesa. D’altra parte, la lentissima realizzazione delle infrastrutture prioritarie della legge Obiettivo (20 per cento in 20 anni) dimostra che il vero problema da risolvere riguarda la fase iniziale della programmazione (finora assai debole, lacunosa, lentissima e spesso affidata all’esterno delle amministrazioni). Il grande buco nero iniziale è una causa rilevante delle complicazioni successive di carattere procedurale e realizzativo. Si aggiunge poi un coacervo di passaggi burocratici assolutamente da riformare che rallentano ulteriormente i processi di spesa.

Nel Piano si ipotizza, per i prossimi anni, un “metodo cooperativo di attuazione rafforzata” improntato essenzialmente su un più stretto coordinamento tra le amministrazioni centrali e locali, su patti e accordi, nonché sull’utilizzo di strutture tecniche e amministrative di supporto. Purtroppo, tutto ciò è solo una stanca ripetizione di modelli già tentati che hanno portato spesso una burocrazia addizionale senza risolvere i problemi. È vero che si prospetta una futura “rigenerazione amministrativa” che avrà bisogno di anni per realizzarsi. Ma nel frattempo vengono rafforzati enti e strutture che si sono rivelati inefficienti o inutile e ne vengono creati di nuovi che appaiono superflui e che contribuiscono ad affollare l’amministrazione di nuova burocrazia.

Per accelerare la spesa basterebbe forse assumere alcune centinaia di “sviluppatori di programmi e progetti” (tecnici ed economisti) che operino sul campo presso le amministrazioni e che facciano quella parte del lavoro amministrativo che ormai da decenni non viene più fatto all’interno dell’amministrazione, e che non è altro che programmazione ben fatta con tempi dati. Questo tipo di reclutamento – che in qualche modo è previsto dal Piano stesso (pagine 60-62), ma “tra le altre cose” e sul lungo periodo – dovrebbe, tra l’altro, permettere di sostituire o abolire le strutture di supporto esistenti e non funzionanti.