Come tutti sanno o dovrebbero sapere, il Comune di Napoli riesce a riscuotere a stento 16,5 multe ogni cento verbali elevati. Meno, molto meno, di qualsiasi altra grande città italiana. Come solo io so, invece, lo stesso Comune pretende da me che paghi la stessa multa non una sola volta, ma due, e qualche volta anche tre. Per quanto in contraddizione, i due fenomeni, quello pubblico e quello privato, si tengono. Anzi, temo proprio che l’uno sia la causa dell’altro. E non solo perché, come sospetto, il Comune di Napoli chiede a me il doppio o il triplo proprio in virtù del fatto che a molti altri non chiede nulla o, se chiede, non riesce a ottenere. Ma soprattutto, perché quando la ruota non gira, cioè gli uffici non vanno, le conseguenze possono essere duplici: la macchina si può bloccare di colpo, ma proprio per questo può anche slittare irreparabilmente. Nel mio caso, la macchina comunale mi è venuta addosso proprio perché ingrippata.
L’ultimo episodio è di questi giorni. Ma la storia è lunga. E se la racconto è solo perché, quando, come nel caso di Napoli, si ha a che fare con bilanci in rosso, disavanzi accumulati, deficit in continua formazione, servizi non forniti, magistrati della Corte dei conti che alzano la paletta rossa, e altri della Corte Costituzionale che lanciano l’allarme al Parlamento, nulla più di un caso specifico può aiutare a capire l’origine e l’essenza del problema. Nel 2012, il 28 ottobre, dunque, mia moglie si becca una multa per divieto di sosta che ci viene notificata nel 2013. Importo: 42,52 euro. La paghiamo regolarmente e l’archivio familiare restituisce la documentazione che cercavamo.

Ma nel giugno 2017, ecco un’altra cartella per il mancato pagamento di quella stessa multa. Ora la cifra riportata è però di 107,26 euro. Per non andare fino a via Raimondi, all’Arenaccia, non lontano dalla casa natale di Enrico Caruso, ma posto che per chi abita al Vomero è praticamente irraggiungibile nelle ore di traffico, paghiamo la cartella senza fiatare. Succede però che a dicembre dello stesso anno, arriva a casa a un’altra cartella che esige un nuovo pagamento. A quel punto non c’è traffico che tenga. Andiamo in via Raimondi, dove ci comunicano che in effetti, nonostante l’avvenuto e comprovato pagamento, la multa che ci inseguiva come in un incubo non era mai stata cancellata. La cancelliamo ora? Certo, risponde l’impiegato. Ma non solo. Ci annuncia anche che presto arriverà il rimborso. Mai visto. Equitalia si rifà viva, invece, due giorni fa per un’altra multa. Questa volta del 2015 e per un totale, tra rincari e spese d’ufficio, di 330,63 (la multa iniziale era di 75,22 euro). Si riapre l’archivio familiare, e anche questa volta rispuntano le prove a discarico. Data la cifra, nessun dubbio: questa volta si va all’attacco del fortino di via Raimondi, unico avamposto comunale per questioni legali di questo tipo. Come è finita? Non è finita. Siamo stati accolti da un cartello appiccicato su un cancello sbarrato: “Questo ufficio resta chiuso il lunedì, il mercoledì e il venerdì”. Ieri era mercoledì. Inutile dire che da nessuna parte, sull’avviso di pagamento, era indicato l’orario utile per le contestazioni. Solo davanti a quel cancello, però, mi è venuto in mente un servizio di cronaca che annunciava la scelta del Comune di Napoli di estendere il lavoro “da casa” a un tot numero di impiegati e funzionari. Sono andato a controllare e tra questi ci sono anche gli addetti all’ufficio riscossioni. Il Comune di Napoli non ha un problema solo con le multe. Incassa 400 tributi su mille, riesce a rimetterci anche sulle affissioni pubblicitarie, da 3.000 appartamenti dismessi nel 2012 è sceso a poche decine. E ha accumulato un tale buco nel bilancio da diventare un caso nazionale, con annessa disperata richiesta elettorale di una legge speciale per venirne a capo. Io ho capito perché.